Amaury Cambuzat “Dall’intimo al sinfonico”

Amaury Cambuzat “Dall’intimo al sinfonico”

Da qualche settimana è disponibile sul sito https://www.musicraiser.com/it il nuovo disco di Amaury Cambuzat leader e fondatore degli Ulan Bator. Un progetto interessante che non si limita solo all’aspetto puramente musicale ma che spazia anche nelle altre arti. Acquistare il cd significa, infatti, comprare anche un libro autografato, la cui tiratura è limitata a 300 copie numerate a mano, che contiene i testi delle dieci canzoni presenti nel cd e i disegni che le hanno ispirate o che ne sono scaturiti. Ma come vi accorgere navigando sul sito le possibilità di acquisto sono diverse ed è solo una questione budget.
Per quel che riguarda l’aspetto puramente musicale possiamo solo dire che è una gran bella sorpresa visto che Cambuzat rilegge in chiave acustica le canzoni degli Ulan Bator gruppo che ha fatto della sperimentazione e della libertà espressiva i punti cardine della sua produzione.
La Birreria34 di Taurianova (RC), locale che propone uno dei palinsesti più interessanti dell’intera provincia reggina, ha ospitato una delle sue tappe e per noi è stata l’occasione giusta per intervistarlo.

Come nasce l’idea di un disco acustico?
Diciamo la verità, è diventato difficilissimo portare sempre la band con me per via dei costi troppo alti. Quindi mi sono inventato questo progetto: riarrangiare i brani degli Ulan Bator che mi piacciono di più, che magari sono anche quelli che piacciono di più al pubblico, e riproporli in chiave acustica. All’inizio non pensavo ad un disco ma solo a dei live. Poi la cosa è andata bene sia perché il pubblico ha risposto bene sia perché ci ho preso gusto e così è nata l’idea del disco acustico. Rispetto al live, però, il disco non ha né effetti né riverberi proprio come facevano Neil Young e Bob Dylan negli ’70 e questo è un altro aspetto interessante del mio nuovo disco.

Indubbiamente, per chi ti ha seguito in questi anni, un tuo disco acustico spiazza un po’. È più un’esperienza, una sorta di tappa obbligata, o un punto di svolta nella tua visione musicale?
Mi rendo conto che è una sfida, ma suonando mi sono reso conto che le potenti sonorità degli Ulan Bator possono piegarsi bene ad una dimensione acustica. Anche se sono solo cerco comunque di ricreare una dimensione sinfonica. Dall’intimo al sinfonico per riempire lo spettro musicale. In fondo è esattamente quello che facevamo con la band.

Come sei riuscito a conciliare la filosofia “Kraut” che, per dirla in breve, è originalità, sperimentazione, libertà di evolvere e stravolgere un modello musicale con la “dimensione acustica”?
In realtà penso di essere me stesso anche così. Accettare se stessi, i propri difetti, le proprie convinzioni per forza porta all’originalità, perché ognuno di noi, in fondo, è unico. Ispirarsi a qualcuno, al mondo che ti circonda va bene ed è normale, ma bisogna essere fedeli a se stessi, alla propria indole, alla propria visione musicale e l’originalità diventa una normale conseguenza. Nella mia musica ci sono Io e i miei difetti e quello che qualcuno potrebbe considerare una qualità magari è costruito intorno a difetti.

Quanto ti ha influenzato il Kraut Rock?
Ho lavorato 15 anni con i Faust e lo considero un gruppo che va al di là del rock. Dietro c’è tutta una filosofia. Amo molto anche i Popol Voh, Ash Ra Temple. Mi piace l’idea di libertà che viene dopo il dadaismo. Una libertà che permette all’artista di esprimersi liberamente senza dover inseguire il successo a tutti i costi. In poche parole “l’arte per l’arte”. Per questo cerco di mantenere ferme le mie idee senza farmi contaminare dalla vita o da proposte di business.

Scegliere i brani in una discografia corposa come quella degli Ulan Bator non dev’essere stato semplice. Esiste un filo conduttore, un’idea centrale che ha orientato la tua scelta?
Ho scelto 10 brani e quando ho deciso di registrarli mi sono accorto che, inconsapevolmente, avevo fatto una scelta equilibrata: due brani per ogni disco. Non c’è un filo conduttore o un messaggio preciso. La voce e la chitarra hanno la stessa importanza nel creare le atmosfere musicali. Pretendere di fare lo chansonnier in una lingua che non tutti comprendono sarebbe assurdo. Ho sempre cercato di utilizzare la voce come uno strumento e di completarla con la musica che è un linguaggio universale.

Si dice sempre che il miglior album è quello che deve essere ancora inciso. Come immagini il tuo prossimo album?
Adesso faccio uscire un album molto folk, molto diverso, per intenderci, dal live dove, per forza di cose, devo essere amplificato. Contemporaneamente sto registrando un album con gli Ulan Bator che è molto diverso dai precedenti sia perché è più ragionato e meno sperimentale, anche se la componente psichedelica permane, sia perché la line-up della band è molto cambiata. La data d’uscita sarà presumibilmente il 2015.

Quali sono oggi le scene musicali più interessanti?
Mi attrae molto la scena tedesca e francese, anche se molto spesso la musica che ascolto è lontana dal tipo di musica che invece faccio.

La carriera degli Ulan Bator copre un arco di quasi vent’anni. Chi erano gli Ulan Bator ieri e chi sono oggi?
Sono un’utopia. Io rispetto a molti miei coetanei sono partito con un po’ di pigrizia e un po’ di fortuna. Adesso rifletto e lavoro molto sulla mia musica, ma forse il successo non è pari, anche se mi considero un uomo fortunato perché faccio quello che mi piace fare. Oggi, comunque, sono molto più riflessivo rispetto a quando ho iniziato e questo è un aspetto che mi piace molto. Ricerco più la Musica che la performance e curo molto di più la scrittura. Intendiamoci, la grinta è sempre uguale e questo, assecondando gli umori del periodo, mi permette di creare musica sempre nuova e diversa. In questo periodo mi piace curare molto il particolare.

Quale disco consideri più rappresentativo della tua carriera?
Sinceramente non lo saprei dire. Per me, come per tanta gente, Ego : Echo è il disco che ha aperto un mondo, ci ha aperto nuovi orizzonti. Non è stato quello che ha funzionato di più in realtà, anche se all’estero ha avuto un buon successo. È un album di passaggio e lo considero importantissimo.

Qual è il disco che ti ha influenzato di più e che in, qualche modo, ti ha convinto ad intraprendere la carriera di musicista?
Sceglierne uno è difficile. Uno di questi è sicuramente la colonna sonora di Arancia Meccanica dove, per altro, vi sono brani di musica classica. Animals dei Pink Floyd che i miei ascoltavano a casa. I dischi della svolta però sono stati quelli di Bowie. C’era tutto quello che mi piaceva: l’arte visiva, una produzione allucinante, sonorità misteriose. È riuscito a sintetizzare nella sua musica artisti come Neil Young, Alice Cooper, King Crimson, Elton John creando sonorità molto moderne. Ascoltare Diamond Dogs di Bowie a undici anni è stato come per un bambino aprire un libro di favole.

Il mito della musica made in USA si è un po’ mitigato secondo te? Si sentono a nostro avviso pochi gruppi / autori veramente interessanti.
Penso semplicemente che gli anglosassoni sanno fare musica, per loro è un mestiere. Qua non è un mestiere e in Francia lo sta diventando grazie alla techno. Quindi qualunque cosa fanno la pensano già con il manager. Questo non significa che vendono prodotti mediocri, significa che l’artista ha attorno a sé una squadra di almeno dieci persone che crede in lui e che investe su di lui ed è quasi naturale che sia o si senta il più bravo. La musica diventa inevitabilmente un’economia, un business ed è anche vero che molti gruppi validi non riescano a trovare spazio e nella migliore delle ipotesi si sciolgano. Da questo punto di vista l’Europa in qualche modo ti consente un ritorno a casa e invece di fare il musicista fai altro.

Che ne pensi della scena musicale italiana?
Oggi, a dire il vero, non la seguo molto perché intorno alla musica italiana c’è stata una tale mafia da parte dei gruppi che in qualche modo hanno raggiunto il successo che i gruppi alternativi non hanno spazio. Un gruppo alternativo oggi non può suonare in giro, prima poteva provarci ma ora non sopravvive. Può essere che io dia fastidio perché bypasso le agenzie e mi organizzo tutto da solo. Se mi affidassi a loro oggi avrei tre date, da solo ne ho trovate cinquanta! Il mio consiglio è quello di organizzarsi da soli perché ci sono i mezzi e perché non puoi affidare a qualcuno la tua arte pensando seriamente che ci pensi lui ad organizzare ogni cosa. Meglio un piccolo lavoro personale che dà soddisfazione anziché un lavoro fatto male con gente che non fa nulla per te, che se ne frega di te, che vuole lucrare su di te perché ne ha quaranta come te! Trovo scandaloso che delle agenzie di booking chiedano soldi ai gruppi per suonare! Trovo scandaloso che si chiedano a dei ragazzi cinquemila euro per pubblicare un disco! Tutto questo è scandaloso! Il mio consiglio è sempre quello di non affidarsi a questa gente che specula sui sogni, sulla passione dei ragazzi. Meglio un disco pensato autonomamente e autonomamente autoprodotto che due pagati per mille e nei quali bisogna sacrificare parte della propria creatività. La cosa allucinante è che il pubblico di queste beghe non sa nulla e non gliene importa nulla. La musica o piace o non piace e importa poco che tu sia raccomandato o meno! La risposta del pubblico farà sicuramente giustizia, ma tutta questa situazione ha impedito al pubblico di scegliere consapevolmente rovinando il mercato musicale.

Intervista a cura di Antonio Aprile e Fortunato Mannino per www.sound36.com

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Fortunato Mannino - Antonio Aprile author

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