Parole

Charlie Brown e la poetica del giorno di San Valentino

sanvalentinocharliebrownLa speranza che ogni 14 febbraio Charlie Brown mostra nell’aprire la sua cassetta delle lettere è uguale alla speranza del mondo intero: un bambino grande che nutre sogni da grandi e si scontra con delusioni e nevrosi dentro una commedia umana dai toni lirici. Per lui San Valentino è una specie di banco di prova, la giornata giusta per scoprire se è stato ˗ se non amato ˗ almeno accettato da un mondo in cui sembra un’impresa titanica semplicemente integrarsi. La festa, quindi, non ha sicuramente la forma di un pacco regalo con nastri dorati, non è nemmeno una cena galante: il giorno degli innamorati, per ogni Charlie Brown sparso a vagare per il mondo, è l’attesa, forse eterna, di quel biglietto poetico scritto a mano.
«Nessuna "valentina" lì dentro?» chiede Charlie Brown alla cassetta delle lettere che riecheggia la sua frase. «Niente fa eco come una cassetta postale vuota», conclude. E davanti un’altra delusione il suo creatore gli mette in bocca una frase tanto amara quanto reale, monito per ogni antieroe, per ogni combattente invisibile: «Quando non ricevi mai lettere d’amore devi far finta che qualsiasi cosa sia una lettera d’amore».
Rilevando la grandezza poetica di queste strisce Umberto Eco scrisse:
«Se poesia vuol dire capacità di portare tenerezza, pietà, cattiveria a momenti di estrema trasparenza, come se vi passasse attraverso una luce e non si sapesse più di che pasta sian fatte le cose, allora Schulz è un poeta. Se poesia è individuare caratteri tipici in circostanze tipiche, Schulz è un poeta. E se poesia fosse soltanto trovare un attimo privilegiato e su di quello improvvisare in una avventura ininterrotta di variazioni infinitesime, così che dall’incontro altrimenti meccanico di due o tre elementi possa scaturire un universo sempre nuovo, cantato senza pause, ebbene anche in questo caso Schulz è un poeta. Più di tanti altri».
Charles M.Schultz morirà poche ore prima di San Valentino dell’anno 2000, lasciando una striscia pubblicata in tutto il mondo, nella quale affida a Snoopy, seduto sulla cuccia a battere i tasti della sua macchina da scrivere, il compito di salutare per sempre i suoi lettori.
Contrapporsi al giro d’affari mondiale che questa festa ha provocato, quindi, è semplice quanto il gesto di aprire un libro di poesie e coraggioso quanto il bambino dalla testa troppo grossa che, tra tutte le sue paure, non ha certo quella di esprimere i suoi sentimenti. Quindi, dopo aver sfogliato il testo scelto, toccherà leggere bene le liriche, leggerle tutte; ricominciare, se del caso. E infine scegliere quella che parla proprio di quella persona che si ama, di quell’amicizia che ci salva, di quel legame che sembra così perduto, lontano. O semplicemente annebbiato. Per poi copiarla in un biglietto rosso e farne una “valentina”.
Noi di Segnali di Cultura abbiamo scelto Federico Garcia Lorca con una poesia tratta dai “Sonetti dell’amore oscuro”, opera pubblicata postuma e dedicata al suo amore, il critico letterario Juan Ramìrez de Lucas, che ha coltivato il segreto per settantacinque lunghi anni, fino alla sua recente morte.

Piaghe d’amore

Questa luce, questo fuoco che divora.
Questo paesaggio grigio che mi sta attorno.
Questo dolore per una sola idea.
Quest’angoscia di cielo, mondo e ora.

Questo pianto di sangue che adorna
una lira senza più forza, lubrica fiaccola.
Questo urto del mare che mi batte.
Questo scorpione che dimora in petto.

Sono ghirlanda d’amore, letto di ferito,
dove senza sonno, sogno la tua presenza
fra le rovine del mio cuore distrutto.

E anche se cerco la massima prudenza,
mi dà il tuo cuore una valle distesa
con cicuta e passione d’amara scienza.

 

 

“Finché notte non ci separi”, l’ultimo noir di Eva Clesis

Finché notte non ci separiUn incastro perfetto tra personaggi e tempo, tra storie limpide e torbide, tra schemi meticolosi e improvvisazioni guidate dall’istinto.

Eva Clesis con il suo ultimo lavoro, il noir “Finché notte non ci separi” (Lite Editions), riesce a imbastire un unico filo comune che sopporta con maestria la tensione solenne della trama.

Le atmosfere sono quelle di una Bari cupa, carnale e ombrosa che accoglie in braccio lo scorrere di una vendetta covata dal magistrale personaggio Dante Quartullo, convinto – da una certezza inossidabile – della colpevolezza  del primario Arturo Ranieri, reo ai suoi occhi della morte del padre.

Il castigo sarà atroce e, soprattutto, pianificato in lunghi anni di studio, indagini e mitezza.

La scrittrice presenta i personaggi, anche quelli minori, con abile padronanza alternando – come nel suo stile – tratti ironici a pagine intrise di tensione, ottenendo un sapiente contrasto letterario teso e incalzante in cui ogni protagonista rivela il suo lato oscuro e complesso. Anche il viaggio personale di Quartullo verso la realizzazione del suo efferato piano criminale non è mai lasciato a narrazioni cedevoli; viceversa, la tensione descrittiva segue una cadenza che diventa sempre più incessante e fitta. Ciononostante, il lettore si accomoda tra le pagine in maniera istintiva cogliendo, con consapevolezza sempre maggiore, la dolorosa e articolata modalità di crimine.  

Eva Clesis confeziona un libro schietto, crudamente realistico, dove i silenzi di una terra meridionale dedita a giovani notti borghesi sottacciono vizi e malcostumi nemmeno troppo velati. L’autrice scava nel basso ventre dell’instabilità emotiva, della dissolutezza, producendo un noir di alta qualità: uno specchio feroce della caducità mentale che ognuno cerca di rifuggire finché possibile. Non cedendo mai a demagogie e luoghi comuni, la Clesis riesce a spingere il suo noir su terreni sempre più intensi e scoscesi con l’andare delle pagine, senza mai barare col lettore, anzi: lo stesso si fida fino al punto da abbandonarsi totalmente all’illecito, pagina dopo pagina, inoltrandosi verso una procedura criminale attesa ma non per questo meno dolorosa e multiforme.

Da segnalare anche la bella edizione a cura di Lite Editions che ha prodotto la collana Light – di cui il libro di Eva Clesis fa parte – in un formato tascabile ed elegante, mantenendo un’alta attenzione per la scelta della carta e del progetto grafico.

Ottima prova d’autrice, quindi, per la scrittrice pugliese che mantiene elevati i suoi standard di produzione editoriale senza mai arrendersi a spocchie didascaliche: una scrittura, la sua, che si conferma autentica, originale e coraggiosa.
.Eva

Genere:
Romanzo Noir
Casa Editrice:
Lite-Editions
Anno Edizione:
2014
Pagine:
172
Prezzo:
12,00€
Codice ISBN, EAN o ASIN:
9788866655084
 

 

Dieci anni senza Tiziano Terzani

In un celebre verso Attilio Bertolucci osserva che l’assenza è una presenza “più acuta”. Sorte toccata a Tiziano Terzani, scomparso da dieci anni ma vivo nel dibattito culturale e letterario, addirittura nel costume di una società in crisi e alla ricerca di una bussola o soltanto di parole lievi come una carezza. Se in vita Terzani fu “soltanto” un grandissimo inviato e scrittore, autore di reportage che oggi vengono studiati nelle scuole di giornalismo, con la morte – con l’esposizione “pubblica” della malattia e della morte – è diventato un poeta dell’esistenza (copyright del velista in solitaria Giovanni Soldini), profeta laico dell’urgenza di “pensare diversamente” la realtà, perché “il mondo non è più quello che conoscevamo” e “questa è l’occasione per reinventarci il futuro e non rifare il cammino che ci ha portato all’oggi e potrebbe domani portarci al nulla”. L’occasione per comprendere – dopo avere visto da vicino e raccontato il fallimento delle rivoluzioni in Vietnam (dove era stato tra i pochi testimoni della resa di Saigon e della fuga rovinosa degli americani all’arrivo dei vietcong, nel 1975), Cambogia, Unione Sovietica, Cina – che l’unica rivoluzione possibile è quella che conduce alla pace interiore: consapevolezza spinta fino all’accettazione serena della morte in Un altro giro di giostra, l’ultimo e più intenso viaggio (“nel male e nel bene del nostro tempo”) del giornalista fiorentino.
Il pellegrinaggio incessante lungo il “sentiero Terzani” per raggiungere l’albero “con gli occhi” nel bosco del suo ritiro all’Orsigna, sull’appennino tosco-emiliano, dove fece costruire una gompa tibetana e ricreò l’atmosfera dell’ashram indiano in cui aveva a lungo vissuto facendosi chiamare Anam, “il senza nome” (e da Anam sottoscrisse la volontà di essere cremato: “un nome appropriatissimo per concludere una vita tutta spesa a cercare di farmene uno”); i numerosi e attivi gruppi di lettura che leggono e dibattono i suoi libri; l’ospedale di Emergency a Lashkar-gah in Afghanistan e le scuole “Tiziano Terzani” sono espressione di un fenomeno sociale, del bisogno di esempi di bellezza, purezza, umanità. Anche quando si ha a che fare con il fondamentalismo islamico, perché i terroristi si sconfiggono eliminando le ragioni che portano migliaia di persone a imbracciare le armi o a farsi saltare in aria, non rispondendo al sangue con altro sangue. Le Lettere contro la guerra rappresentano il punto più alto del suo impegno civile all’indomani dell’11 settembre, quando decide di “scendere in pianura”, tornare cioè nel mondo dopo la scelta del prepensionamento da Der Spiegel, stanco della professione, convinto di avere detto tutto ciò che aveva da dire sul giornalismo, ritirato sull’Himalaya senza l’assillo di scadenze che non fossero quelle della natura e delle stagioni. Nel momento storico dominato dal “siamo tutti americani” lanciato dal direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli e dal livore di Oriana Fallaci, che in La rabbia e l’orgoglio mette sul banco degli imputati la “viltà” di un’Europa prona e diventata “Eurabia”, Terzani torna per indicare nella non-violenza la sola strada percorribile per spezzare la spirale dell’odio.
La lapide che lo ricorda nel cimitero di Orsigna ne riassume la vita con la parola “viaggiatore”, mentre la moglie Angela Staude ricorre al tedesco Sehnsucht (“brama di vedere”) per definire il fascino che gli suscitavano paesaggi e culture lontani non solo geograficamente dall’orizzonte occidentale e per racchiudere la dimensione più autentica di Terzani, quella del “viandante alla ricerca della conoscenza”: “la meta, per Tiziano, è stata la strada, il cammino”.

Tiziano Terzani è nato a Firenze nel 1938 e dal 1972 al 2004 è stato in Estremo Oriente come corrispondente di Der Spiegel e collaboratore de L’Espresso, La Repubblica e Corriere della Sera. Ha pubblicato, con articoli e libri editi da Longanesi, le sue impressioni politiche e umane dei posti che ha vissuto.
Pelle di leopardo (1973) e Giai Phong! La liberazione di Saigon (1976) raccontano la sua esperienza in Vietnam. La porta proibita (1984) parla dell'esperienza cinese. In Buonanotte, Signor Lenin! affronta il crollo del blocco orientale. Un indovino mi disse (1995) è il resoconto del suo viaggio in Asia. Lettere contro la guerra (2002) sono scritti che riportano l'Afghanistan. Con Un altro giro di giostra, Viaggio nel male e nel bene del nostro tempo (2004), La mia fine è il mio inizio, (2006), Fantasmi (2008) e Un'idea di destino. Diari di una vita straordinaria (2014), si scopre l'uomo Terzani.
Muore a Orsigna (Pistoia) il 28 luglio 2004.

La foto di Tiziano Terzani è di Alfredo Lando.

“Effetto Christian”, storia di un bimbo speciale

FX Photo Studio_imageLa vita di uno scrittore non è mai semplice, la paragonerei, quasi, a quella di un enorme gigante che necessita continuamente di cibarsi. Il famoso filosofo Feuerbach sosteneva: noi siamo quello che mangiamo, e di certo non gli si può dare torto, ma per il gigante della scrittura, forse,  questa affermazione, si rivela ancora più vera. Lo scrittore ha bisogno, per vivere di nutrirsi, ma il suo cibo sono le emozioni, i pensieri, le riflessioni, i dubbi stessi. Egli ha bisogno continuamente di avere accanto a sé gente che vive, che sgomita, che soffre e ride di sé e del mondo. Uno scrittore, forse, non è altro che questo: un grande gigante che si affaccia alla finestra della vita altrui, per poter accedere alla parte più oscura di se stesso.
Cosa accade, però, quando uno scrittore incrocia un paio di occhioni azzurro mare che, come fari, risplendono su un visino piccolo e inerme? Semplice, si fa come Silvano Bertaina: si prende in mano una penna, un foglio bianco e ci si lascia guidare da Christian.
Nasce così “Effetto Christian” un libro speciale, un libro che racconta la storia di Christian, bambino affetto da SMA1(atrofia muscolare spinale) e del suo mondo, fatto di persone fantastiche che contraccambiano l’amore che questo bimbo a comunicare solo con lo sguardo, con un’attenzione e una devozione infinita. Il mondo di Christian è fatto da una mamma e un papà coraggiosi, da nonni e amici speciali, e dalle persone semplici che compongono organizzazioni come l’Associazione Famiglie SMA e l’Associazione SMAISOLI che lottano per rimanere affianco a chi lotta contro questa terribile malattia. Parlare di SMA quindi, non è affatto semplice, e farlo senza fare emergere solo senso di pietà è ancora più difficile, eppure “Effetto Christian” ci riesce benissimo e, come tutti gli “effetti” che si rispettano, travolge, in questo caso, però, in modo positivo, in un amore per la vita, totale e incondizionato.
Silvano Bertaina è riuscito così, in un compito arduo, quello di trattare un argomento tanto serio, in modo piacevole, e a tratti anche ironico, ha saputo leggere gli occhi di un bimbo di due anni le cui labbra non hanno ricevuto, aimè, il dono della parola. Ha saputo, con maestria, far emergere i pensieri di questo bimbo, dipingendoli con i colori dell’arcobaleno che, Christian stesso, con fatica ha disegnato. Silvano ha colorato i pensieri di Christian con il colore verde della speranza, quella di poter un giorno vivere come tutti i bambini meritano di fare, gli ha dato il rosso dell’allegria, quella degli amici, della musica che lui ama tanto ascoltare, dei cartoni di Peppa Pig che adora guardare, ha dato loro, ancora, il colore giallo, quello della serenità di una famiglia che lo ama e non lo abbandona mai, di una mamma e di un papà che, superato l’avvilimento iniziale, hanno donato a Christian la loro vita per ben due volte, e infine li ha colorati con il colore blu, quello dei giorni un po’ così, quelli in cui la stanchezza emerge, e tutte quelle cose banali, che Christian vorrebbe fare, non gli riescono, e anche solo tenere la testa dritta sul collo, diviene un peso da gestire. Il blu dei momenti no, potremmo definirlo, quelli che in fin dei conti tutti quanti noi abbiamo, senza per questo, dover essere “SMAbimbi”!
Silvano, nel suo libro, ama giocare con le parole, ma con saggezza spinge sempre alla riflessione, in mondo naturale e spontaneo. Come quando parla, ad esempio, degli SMAbimbi che, come Christian, non amano essere considerati i “Diversamente Abili”, perché questa frase dà l’idea di essere persone non perfettamente riuscite, e a riguardo fa dire a Christian queste parole: Andiamo… siamo seri: quanti “Perfettamente Riusciti” ci sono al mondo?
È una domanda che non fa, come si suole dire, una piega e ci porta inevitabilmente a domandarci chi siano, in effetti, questi perfettamente riusciti.  Che siano, forse, i medici che dimenticando il giusto carico di umanità, hanno sentenziato il destino di Christian? O forse  sono coloro che, pur potendo investire nella ricerca di nuove cure, non lo fanno perché i loro conti non tornano: pochi bambini soffrono di questa malattia e quindi, il loro investimento non risulterebbe economicamente vantaggioso? o forse, i perfettamente riusciti potremmo essere  noi, noi  che riusciamo perfettamente a muovere il nostro corpo, ma dimentichiamo troppo spesso che questo è un dono e non un semplice dato di fatto? Dai, come dice, Christian siamo seri, di perfettamente normali, almeno io, non ne conosco e non ne ho mai conosciuti.
“Effetto Christian” è davvero un libro da leggere tutto in un fiato, è senza tempo e senza età, tutti dovremmo averlo sul nostro comodino, per emozionarci senza per questo cadere nel pietismo, nelle frasi fatte o nella lacrima facile, che spesso questi tipi di argomenti inevitabilmente portano con sé. Semplicemente dovremmo leggerlo, e non soltanto perché il ricavato andrà a sostegno delle famiglie SMA, ma soprattutto per regalare a noi stessi un’opportunità, quella di ascoltare il sogno di un bimbo, certo per alcuni versi sfortunato, ma per altri sicuramente felice e grato di “esserci”. È una favola, quella che Silvano, ci racconta con tanto di computer, scoiattoli e animali parlanti, e di una strega smemorina che, tra pozioni magiche e formule incomprensibili, riesce a divertire. Una favola acutamente strutturata in modo tale da far emergere tutto un mondo, il mondo della SMA, il mondo del piccolo Christian, il mondo del bimbo dagli occhi color mare, che non si chiede, come qualsiasi altro bimbo della sua età, cosa sia il futuro, ma semplicemente lo vive nel presente di ogni suo giorno: Io vivo adesso, il presente di oggi, a compartimenti stagni giorno dopo giorno. Sono un viaggiatore statico, sto di traverso… con accanto qualcuno, sempre.

Sirena di Barbara Garlaschelli, storia di un libro in salvo

I libri salvano, soprattutto. Ti aggrappano alla vita in maniera feroce mostrandoti strade che non sapevi di avere lì, da qualche parte. Capita anche, però, che ogni tanto anche loro desiderino essere salvati: dall'indifferenza, da uno sguardo distratto, da scelte di mercato che non capiscono. Che non sono le loro. È successo proprio in questi giorni per un libro feroce in bellezza e incanto: "Sirena – mezzo pesante in movimento", della scrittrice milanese Barbara Garlaschelli; il suo viaggio personale dell'incidente, un tuffo in mare, che la immobilizzò. Un libro che ha scritto dopo undici anni da quel momento, con la maturità della sua professione, e che l'autrice si sente addosso in maniera prepotente, nonostante le sue altre numerose pubblicazioni. Ma qualche mese fa Barbara scopre che i diritti non le verranno rinnovati: Sirena andrà al macero. Allora sceglie d'istinto di acquistare quelle copie che andrebbero fatte a pezzi: vuole salvarle. E non resterà sola: intellettuali e lettori si mobiliteranno in questo salvataggio assieme a lei. Riuscendoci.

L'operazione di salvare un libro dal macero si è trasformata in un'azione forte e importante, lo stesso libro che ha avuto ottimi riscontri di critica e di pubblico e che racconta di una linea decisiva che si è tracciata nella tua vita: quella che ha segnato la separazione tra la tua adolescenza prima e dopo l'incidente. Raccontaci qual è lo stato d'animo che si prova da scrittrice di fronte la distruzione oggettiva di un libro ancora vivo e carnale come "Sirena – mezzo pesante in movimento".
«Ciò che si prova è sgomento – anche se io sono arrivata prima che l'editore prendesse una qualunque drastica decisione – e perplessità. Sgomento perché un tuo libro – ma anche i libri degli altri, quelli che hai amato e ti hanno formato – sono parte di te; perplessità perché era un libro che andava bene e rinnovare il contratto mi sembrava quasi scontato. Mi ero sbagliata, ma alla fine è andato bene così».

Tra i tuoi libri  ancora tutti da raccontare arriva in questi giorni l'interessante edizione di “Alice nell’ombra”, già edito da Frassinelli e adesso con una veste completamente nuova a cura di Ottolibri. Che cosa ha ancora da raccontare, soprattutto, questo testo?
«Della paura di amare e, ancora più insidiosa, della paura di essere amati. Alice è una donna in perenne difesa, una donna che – fino a un certo momento della sua vita – si è lasciata vivere. È una storia di rapporti famigliari malati, tema che mi è da sempre molto caro».

Dai tuoi scritti emerge quanto la parte esperienziale sia integrante e necessaria alle storie che racconti.  Quando si scrive così intensamente come si riesce a generare il giusto distacco tra la professione e la storia?
«Con l'esperienza, il mestiere, il tempo e l'ascolto di persone di cui ti fidi che leggono il tuo testo e ti consigliano. Ma soprattutto è il tempo che conta, quello che metti tra te e la prima stesura del tuo lavoro, e la seconda, e la terza…».

La storia del libro "Sirena" è andata pressappoco così: è diventato un caso letterario, poi ha perso nella maniera in cui può perdersi una storia in mezzo a mille altre, ha combattuto, infine ha vinto: sarà riproposto da una nuova casa editrice, la Laurana. Alla luce delle produzioni di massa e spesso non mirate al valore, questa vicenda suggerisce di continuare a combattere anche al lettore che vuole la qualità, che non si accontenta?
«Il lettore, i social, hanno avuto un ruolo fondamentale in questa vicenda. Il lettore non deve arrendersi mai; i buoni libri esistono ed esisteranno sempre».

Barbara Garlachelli, milanese, ha pubblicato tra le altre cose: O ridere o morire (1995), Ladri e barattoli (1996) per Marcos Y Marcos, Quando la paura chiama (1997), L’ultima estate (1998), Tre amiche e una farfalla (1998), Marta nelle onde (1999) per EL edizioni, Il pelago nell’uovo (2000) per Mobydick, La mappa del male con Nicoletta Vallorani (2000), per Walt Disney, Alice nell’ombra (2002), Sorelle (2004), Non ti voglio vicino (finalista al Premio Strega 2010), Carola (2013) per Frassinelli.
È presidente dell’Associazione culturale Tessere Trame.
Molti suoi racconti sono stati pubblicati da Mondadori, Fanucci, Carabà, Mobydick.
Nell’ottobre 2013 è uscita la nuova edizione di Camelozampa Editore del libro Davì.
Nel 2014 è stata pubblicata la nuova edizione di  Alice nell'ombra a cura di Ottolibri edizioni.

 

 

Il retrogusto dei dialoghi di Ivan Arillotta

L'uomo non ha pietà di se stesso quando si tratta di comunicare: tra fraintendimenti, allusioni, richieste e velati ricatti,  Ivan Arillotta, come in uno specchio spietatamente ironico, tutto questo lo sa e lo sa riflettere nel suo primo libro "Comprendersi è una specie rara d'incidente". Il risultato è un testo, edito da Ottolibri, dallo stile non ripetibile proprio per la veridicità con cui si propone, restituendo una serie di conversazioni con la delicatezza di un mandante cortese di stati d'animo, apparentemente senza sporcarsi le mani di realtà e diventando, carico d'alibi, un portatore sano di impulsi.
Una raccolta originale, questa, di dialoghi così surreali quanto ancorati al concreto da un filo nemmeno troppo sottile; una sommatoria feroce di interazioni sapientemente mescolate all'ansia quotidiana di rifuggire, quando possibile, da confronti umani e metaumani. Come in palcoscenico teatrale, i personaggi interpretano il loro ruolo principe a loro agio nel disagio; a ciò si aggiunge lo stile schietto di Arillotta  che non dà scampo al lettore, inchiodandolo pagina dopo pagina addosso a un mondo riconoscibile e riconosciuto; fatto di fragilità sulle quali costruirci relazioni durature o, viceversa, fugaci. Ma certamente sintomo di quella cagionevolezza che disarma e accompagna verso riflessioni complesse e intime. Non deve, infatti, ingannare la leggerezza del testo che strappa spesso sorrisi spontanei, o la sua scorrevole agilità nell'intrappolare la facile lettura: il retrogusto che Arillotta lascia dentro è fortemente in antitesi con la levità apparente, e si manifesta nascosto, depositando in un angolo appartato di chi lo legge la percezione intima di un disincanto a tratti scomodo ma imprudentemente riconosciuto come proprio.

L'autore
Nato a Reggio Calabria, Ivan Arillotta insegna filosofia e ha un rapporto controverso con la scrittura: lui la ama, lei lo respinge. È tra i fondatori del webmagazine Unonove e ha pubblicato racconti online e in antologie. Più che scrittore, si definisce “estensore d’inezie”, e questo è il suo primo libro. Evidentemente, in ordine cronologico, anche l’ultimo.

Scheda:
Anno: 2014
Dimensione del file: 561,0 KB – Protetto con Social DRM (edizione e-book)
Lunghezza: 112 pagine (edizione cartacea)
Lingua: italiano
Isbn: 9788898812066

 

“Mi dispero perché non posso scrivere, ma abito esattamente quel mondo”

fotocorpodocile (1)Le barriere di Rosella Postorino si ripetono in forme sparse, forme d’autore. I suoi personaggi transitano spesso ai margini della paura, rinnovano le loro ossessioni e stanno a fatica dentro quelle barriere, reali e morali, che l’esistenza gli attacca addosso. Con “Il corpo docile” edito da Einaudi – Stile libero, ma anche coi suoi testi precedenti, il lettore si accomoda dentro uno spazio scomodo eppure necessario, che l’autrice ritaglia con la forza di chi non potrebbe fare altrimenti. 

Nel tuo percorso di scrittura ricorre sempre il tema del limite, della barriera. Una costante casuale o che ritorna in maniera quasi necessaria?
È probabilmente una mia ossessione, quella del confine. Il corpo stesso è un confine: è una barriera che gli altri non possono attraversare. La condivisione del dolore è infatti un’illusione: nessuno potrà provarlo insieme a me nello stesso momento e con la stessa intensità, nessuno potrà davvero conoscerlo; per quanto possa impegnarmi a raccontarglielo a parole, l’altro non potrà mai sperimentarlo sul suo corpo: ma cos’è più vero di ciò che il tuo corpo conosce, riconosce? Il corpo è la cesura tra me e gli altri, ma è nello stesso tempo lo spazio del contatto con gli altri, uno spazio della relazione. La fiducia con cui i bambini di Rebibbia consegnavano il loro corpo mi stupiva, mi emozionava, mi spaventava. C’è una consolazione nel contatto tra i corpi, una felicità, che in nessun altro modo è possibile. Ma il corpo è anche lo spazio della violenza, esercitata e subita. A partire dal corpo, ogni altro spazio è un confine da attraversare. Il quadrilatero – il quartiere periferico in cui Milena vive, anzi in cui si è, appunto, “confinata” – è una soglia al di là della quale esiste la possibilità della vita, e al di qua della quale c’è invece una forma di astensione dalla vita stessa. Ogni relazione è una frontiera, i cui confini sono di volta in volta spostati o rinegoziati. Non c’è altra maniera di adeguarsi all’esistenza – dal momento che non l’hai scelta, puoi solo adeguarti – se non riconoscere il limite e decidere, più o meno consapevolmente, di attraversarlo. Credo che esistano molte gabbie: familiari, culturali, sociali, di genere, di classe, anche se il termine classe sembra fuori moda, generazionali, lavorative, e individuali. Il rapporto tra barriera e paura è strettissimo, e i miei personaggi sono sempre spaventati. Si muovono come se cercassero l’uscita e non la trovassero, tentano tutti di strapparsi da una condizione originaria – di cui non hanno colpa, ma di cui hanno ereditato la colpa – e impiegano ogni sforzo in questa impresa, senza nemmeno averne coscienza. Sono come insetti, che sbattono contro il vetro della finestra e qualche volta ritrovano l’aria, qualche volta ritornano dentro e si trovano di nuovo ingabbiati. Non credo in chi dice che siamo liberi. Di scegliere, di fare, di diventare quel che vogliamo. Alcuni sono più liberi di altri, ma tutti siamo influenzati dalla nostra storia: familiare, geografica, economica… La libertà è sempre condizionata.

Il linguaggio della tua scrittura sembra voler ricercare, costantemente, spazi espressivi nuovi: la tua voce, formalmente, è da catalogare tra la letteratura giovane eppure sembra completamente staccata da quest’ultima, sia nella forma che nel contenuto. Condividi queste impressioni?
Non saprei dire che cosa significa “letteratura giovane”. Posso dire che in generale detesto ogni forma di giovanilismo, e anche la sciatteria linguistica. La lingua è strettamente interconnessa alla storia, non è un accessorio, non è separata, non è decisa a priori in modo ideologico, è semplicemente uno dei tanti elementi che fanno un romanzo: ha la stessa importanza della trama, della costruzione dei personaggi, della ricerca del senso… Non esistono sviluppi narrativi possibili senza una lingua che li scateni, li accompagni, li renda visibili, e possibili. E viceversa. Credo che ogni storia invochi una lingua tutta per sé, e nel caso de Il corpo docile io ho cercato una lingua che riuscisse a raccontare l’urto di Milena contro il mondo, l’urto del suo corpo contro il mondo.

Nel tuo ultimo libro, “Il corpo docile” edito da Einaudi – Stile libero, racconti il dramma dei bambini nati in carcere. Tu hai fatto una considerevole attività di volontariato in questo settore: quanto ritieni importante la conoscenza di un luogo, reale o mentale, per poterne scrivere in maniera convincente?
In questo caso era indispensabile. La verosimiglianza, in un racconto realistico, è per me un valore, come la precisione. Se scrivi un romanzo che si prende la briga di parlare anche di un fenomeno reale quanto misconosciuto, devi cercare di avere più informazioni possibili. Non tanto per un obiettivo di “denuncia”: di quello si occupano le inchieste, non i romanzi. I romanzi si occupano dell’umano, per quanto mi riguarda. Per raccontare la gabbia – quella di tutti, non solo quella dei carcerati – ho scelto di mettere in scena una donna nata e allevata in un carcere per i primi tre anni della sua vita. È un personaggio d’invenzione: non ho mai conosciuto una donna adulta che avesse avuto come prima casa la galera. Ma ho potuto immaginare questa donna adulta anche a partire dalla mia esperienza – fortissima – con i bambini che da 0 a 3 anni vivono nel carcere femminile di Rebibbia. Li ho frequentati per due anni, li ho portati fuori da Rebibbia di sabato in gita col pulmino e gli altri volontari, ho passato le domeniche con uno di loro a Villa Borghese, li ho visti aver paura delle onde e urlare euforici al suono di un aereo che passa. Sapevo che da adulti non li avrei più incontrati. Mi sono chiesta che tracce avrebbero portato, di questa reclusione senza colpa, una volta che fossero cresciuti. E così è nata Milena.

Puoi provare a dosare e a raccontarci le parti di istinto e di metodo che usi per scrivere?
Posso dire che non ho mai in mente tutta la storia, quando scrivo. E lo considero un bene. Se avessi tutta la storia in testa non dovrei scoprire nulla, e allora non vedo perché dovrei scrivere. Ogni mio romanzo è stato scritto in modo diverso. Quello che faccio sempre, però, è leggere molto. Tutto ciò che mi sembra possa riguardare, anche lontanamente, quello che sto scrivendo. Non sapendolo bene neppure io, all’inizio, leggo e soprattutto rileggo di tutto. Per Il corpo docile ho letto libri di sociologia, filosofia, psichiatria, psicologia, libri sul carcere, libri scritti da carcerati, e tanti romanzi che sentivo vicini a me e ai temi. Ho preso molti appunti, su quaderni. Soprattutto su un quaderno che mi aveva regalato lo scrittore messicano Mario Bellatin, quando avevo presentato a Roma il suo romanzo Dama cinese. Mi sembrava bello lavorare al mio romanzo su un quaderno che mi era stato regalato da una persona bella, uno scrittore con cui avevo passato una magnifica serata. Li ho aggiornati molte volte, quegli appunti. E intanto scrivevo. Il corpo docile, come hai ricordato, nasce poi da una «esperienza sul campo». Il metodo, forse, è questo. Riempirsi. E pian piano sfrondare. Tutto il resto avviene nella scrittura. Intendo dire che il gesto stesso di mettersi davanti al computer e usare la lingua è già un atto creativo, che genererà elementi della storia e dei personaggi che non avevi calcolato prima. Io comincio a scrivere quando ho il personaggio: è lui che mi porta nella storia. Devo sapere molte cose su di lui – di solito: su di lei. Devo sapere da dove proviene e che cosa non riesce a fare. Qual è la sua barriera, insomma. Non scrivo tutti i giorni: non posso, lavoro. Non scrivo la sera, perché sono stanca dal lavoro. Scrivo nelle vacanze, e scrivo nei weekend, se posso. Quando sono entrata nel libro, e può capitare anche mesi e mesi dopo che ho cominciato, non importa che io scriva o meno: sono lì. La mia vita gira intorno a quel perno lì. Mi dispero perché non posso scrivere, ma abito esattamente quel mondo, in qualunque luogo io sia.

Qual è la prima emozione che provi appena prendi consapevolezza che quella pagina del manoscritto è proprio l’ultima e, per questo, si caricherà la responsabilità di congedarsi dal lettore?
Quello che provi quando il libro va in stampa, intendi? Uno scrittore più serio si guarderebbe dal dirlo, probabilmente, ma con Il corpo docile ho passato la sera a piangere. E non ho mangiato quasi nulla per tre giorni. Credo sia la paura, la prima cosa che provo. E un senso di espropriazione. La felicità di scrivere tornerà solo quando avrai altro da scrivere, di nuovo. Ci sono molte cose positive: incontrare i lettori, ricevere le loro lettere, i festival, la critica… Ma il senso di pienezza che dà scrivere, lo provi solo quando scrivi. 

Ciò che Anne Herbert scrisse in una una tavola calda di Sausalito

Correvano gli anni ’80 quando una donna americana, Anne Herbert, si rendeva – involontariamente – colpevole della diffusione di un virus che avrebbe contaminato la vita di migliaia di persone negli anni a venire. In che modo? Scrivendo su una tovaglietta di carta, da una tavola calda di Sausalito, “Practice random kindness and senseless acts of beauty”. Da qui, l’inizio del contagio.
Il messaggio, intercettato da uomini e donne di diversi ceti sociali e nazionalità, è stato riscritto su altre tovagliette, lavagne, muri, biglietti da visita e giornali, superando incolume i tempi delle annotazioni scritte su carta e diventando, oggi, addirittura un hashtag.
L’idea di fondo è molto semplice ed è rimasta, da allora, incontaminata, seppur diffusa con l’ausilio di mezzi differenti: la gentilezza genera gentilezza. Perciò, se oggi sarò il fortunato destinatario di una “gentilezza a casaccio”, è molto probabile che sarò portato a farne dono a mia volta a qualcun altro, contribuendo così alla diffusione di “atti di bellezza privi di senso”.
Nel corso degli anni i contorni della storia di Anne sono sbiaditi, tanto da portare qualcuno a dubitarne; nonostante ciò la frase ha continuato a produrre i suoi effetti ed è stata d’ispirazione, soprattutto in America, per la nascita di associazioni no-profit (come The random acts of kindness foundation), ma non solo: il terreno fertile su cui il seme della gentilezza aveva ormai attecchito ha portato migliaia di persone a contribuire alla diffusione del germe della generosità attraverso piccoli (ma grandi) atti di gentilezza “privata”, come il dono di un pasto caldo a una persona povera, la pulizia delle strade colme di immondizia, gesti di cortesia spontanei rivolti soprattutto agli sconosciuti, di cui oggi i principali social media testimoniano i frutti. Su Facebook, Instagram, Youtube e sui blog, le testimonianze sono innumerevoli, segno che la gentilezza è realmente contagiosa ma non solo, anche reiterante: più se ne fa, più si ha voglia di continuare a darne. Non a caso, il principale effetto riscontrato dai contagiati sembra essere il seguente: la sensazione di avere contribuito a rendere il mondo, seppur con un fragile gesto, un posto migliore.
Ricevere un atto deliberato di affetto, addirittura disinteressato, soprattutto in tempi come questi, paralizza, spiazza, ma lascia il segno. Non si fa in tempo a realizzare cosa sia successo che ci si ritrova con in mano una scopa a spazzare il vialetto del vicino. O a distribuire abbracci per strada a sconosciuti. Senza essere rimunerati, è ovvio, se non con uno sguardo stupito e, subito dopo, con fossette e increspature sul volto create da un sorriso. Che, a sua volta, ne genererà altri.

Reggio è un blues, Antonio Calabrò ci spiega perchè…

libroreggioèunbluesUn narratore, un bluesman con la penna al posto della chitarra ma con lo stesso spirito dei musicisti che hanno decretato il successo di un genere; un osservatore  capace di raccontare la realtà con la leggerezza che può maturare chi riesce a penetrarla nel profondo. Antonio Calabrò ha presentato il suo nuovo libro “Reggio è un blues” nei locali dell’Associazione Incontriamoci Sempre a Santa Caterina, gli stessi in cui conduce da varie settimane la rassegna “Calabria d’Autore” nata per raccontare uno spaccato del mondo degli scrittori reggini. Ma stavolta a salire sul palco da protagonista è stato lui e lo ha fatto con la consueta modestia e semplicità. Il libro è edito da Disoblio Edizioni, giovane e promettente casa editrice calabrese, e a raccontare com’è nata l’idea è stato proprio l’editore, Salvatore Bellantone: «Ho una grande stima di Antonio Calabrò – ha spiegato – leggendo i suoi articoli pubblicati sul giornale online Zoomsud mi ha affascinato la capacità di raccontare quello che avviene nella nostra terra, sia le cose belle che quelle negative. Come casa editrice siamo molto fieri di avere questo libro tra le nostre pubblicazioni perché rientra pienamente in quella che è la nostra filosofia: non dimenticare e quindi conoscere, pensare e se c’è la volontà partecipare. Reggio è un blues – ha concluso Bellantone – proprio perché ci sono persone come Antonio che si pongono determinati interrogativi, da uno come lui si può imparare molto».  «Antonio Calabrò è uno scrittore, un narratore – taglia corto Aldo Varano, direttore di Zoomsud – e questo è il libro di un narratore, di un romanziere, non di un giornalista ma di uno che ti propone la realtà e una concezione della vita, un’etica e dei valori». Antonio, secondo Varano, riesce a scrivere bene le cose perché «ha una sensibilità esasperata che gli consente di vedere dove altri non vedono, guardare dove noi non guardiamo. Quando noi ci distraiamo, lui vede. Ci sono grande cura e sensibilità specialmente quando racconta le persone, perché Antonio racconta la gente, racconta Reggio ma lo fa offrendo la possibilità letteraria di un’altra Reggio, senza cadere nell’errore di molti: quello di pensare o che non c’è nulla da fare o di essere i salvatori della patria». Nel prendere la parola, Antonio Calabrò, oltre ai ringraziamenti agli amici e alle tante persone che hanno riempito i locali dell’associazione, al presidente Pino Strati, a Pasquale Ferrara,autore della copertina del libro («bravissimo, sentirete parlare di lui», ha detto) ne ha rivolto uno particolarmente sentito, quello verso la moglie Antonella: «senza di lei non sarei niente, grazie per aver fatto diventare la mia vita la cosa bella che è», parole che la dicono lunga anche sulla cifra umana oltre che professionale di questo autore. Ma lui prende le distanze da un ruolo spesso scomodo: «Non mi reputo uno scrittore – spiega –  sono piuttosto un lettore, non solo di libri ma anche della realtà che mi circonda, perché c’è sempre qualcosa da imparare». Prima di lanciarsi nel blues finale, ha tenuto a sottolineare il senso di responsabilità alla base della scrittura e anche l’importanza di fare un lavoro, quello del ferroviere, che lo mette a contatto ogni giorno con la gente sui treni, un «luogo di lavoro che è un punto di osservazione privilegiato di una Calabria che non è facile vedere. La situazione è sempre più difficile per questa nostra terra – ha concluso – e se una speranza c’è, passa proprio da quella stessa consapevolezza da cui è nato il blues». E quando si parla di blues a Reggio Calabria, di quello suonato, vero, sanguigno, non si può non ricorrere alla coppia formata dai due musicisti e bluesman d’eccezione, Domenico e Fabrizio Canale, chiamati sul palco con armonica e chitarra ad accompagnare Antonio Calabrò nella sua lettura finale per spiegare le ragioni del perché questa Reggio è un blues. Una lettura fin dentro le viscere della città, con quel pathos, quella cruda ma poetica verità che tocca vite, memorie e luoghi e lega parole e musica, narrazione ed emozione e le spinge fin dentro la testa e il cuore di tutti i presenti. Perché non solo Reggio ma a volte e per fortuna, anche chi prova a raccontarla è un blues.

Winstanley e Godwin nel nuovo libro di Giuseppe Gagliano

coverIn un contesto contemporaneo dove il rapporto tra realtà politica e scienza politica sembra sempre più indebolito, il saggio di Giuseppe Gagliano, Presidente del Centro Studi Strategici “Carlo de Cristoforis” si pone come notevole fulcro di indagine. Il suo testo “Utopia e antagonismo politico – Nella riflessione di Gerrard Winstanley e William Godwin”, edito da Aracne, evidenzia una visione di società alternativa scaturita da critiche costruttive verso forme di potere centralizzato che hanno costituito la società moderna. L’autore propone uno spaccato delle riflessioni di due protagonisti accreditati come ispiratori del pensiero politico moderno democratico, in modo particolare nella tendenza anarchica, anche se in termini e modalità differenti.
Comparando i due modelli, l’autore pone l’accento soprattutto sull’impronta innovativa delle loro teorie sottolineando similitudini e differenze di approccio. Nati in due epoche diverse (il primo operò nella metà del Seicento mentre l’altro tra fine Settecento e i primi anni dell’Ottocento), Winstanley e Godwin hanno proposto una visione del mondo utopica. Gagliano analizza lo sviluppo della teoria di Winstanley con un’osservazione accurata che parte dalla formazione di comunità politico-religiose che si contrapposero al potere centrale e ecclesiale. In particolare fa riferimento ai Diggers (Zappatori), orientati proprio dal teorico che ne guidò le condotte: un gruppo dai valori singolari con al centro degli ideali la volontà di soppressione della proprietà privata, ma anche la riferibilità del lavoro verso l’individuo singolo e un coraggioso concetto di parità incondizionata tra sessi. L’autore traccia in maniera chiara l’importanza dei Diggers, individuando l’influenza che in futuro avrebbe determinato nei radicali attivi. Tutto ciò nonostante i componenti della comunità siano stati reiettati dai proprietari terrieri in modi aspri e feroci. Gagliano, con occhio critico, rileva quanto la religione sia stata determinante per il pensiero di Winstanley e per la comunità: il rapporto tra Dio e l’uomo diventa un privilegio individuale senza intercessioni ecclesiastiche. Nel testo non è trascurato l’aspetto precursore di Winstanley: anche l’operazione che attua, proponendo una visione del lavoro che si svincola dalla concezione per la quale esso diventa punizione derivante dal peccato originale, vuole generare un affrancamento naturale dallo sfruttamento dei padroni. In anticipo rispetto anche a temi come la democrazia rappresentativa, che concepisce con limite di permanenza e non rieleggibilità per evitare rischi di potere inalterabile. O ancora rispetto il sistema giudiziale, determinando la condanna nella sua accezione più educativa e non punitiva.
Anche nell’analisi della figura di William Godwin l’autore propone un quadro esplicativo che parte dal contesto storico e dai suoi testi, citati da Marx, Engels e stimati da Tolstoj. Uno scrittore e filosofo che, comunque, non si risparmiò aspre critiche a causa del suo pensiero che si richiama all’utilitarismo ma che, come rileva approfonditamente l’autore, non deve essere interpretato come una distinzione tra fini e mezzi dell’azione morale: “Dal punto di vista più squisitamente filosofico-politico, Godwin – afferma Giuseppe Gagliano – si accosta al movimento giusnaturalista mediante la lettura dei filosofi francesi, in particolare di Rousseau”. Un approccio col quale la Political Justice si presenta come problema pedagogico dell’uomo razionale, libero da qualsiasi influenza estrinseca.
Nel testo, tra l’altro, l’autore fa emergere le valutazioni negative di Godwin nei confronti del sistema democratico elettorale che ritiene mendace, soprattutto quando si sviluppa attraverso formule referendarie deboli di fronte a varie forme di complessità. Il suo concetto di giustizia politica porta a una consapevolezza innovativa del rapporto tra Stato e cittadino, mantenendo comunque una visione più intellettuale che politica-sociale. Riconducendo il concetto di libertà nella propensione al bene e rifuggendo qualsiasi predisposizione all’incoscienza.
Due pensatori a confronto che il testo di Giuseppe Gagliano propone al lettore in maniera fluida e accattivante attraverso le molteplici relazioni che li legano ma, allo stesso tempo, rilevandone le articolate diversità di fondo. I tratti e gli elementi distintivi che emergono diventano, così, una lineare guida per la comprensione di due personalità complesse che hanno segnato in maniera sostanziale il pensiero politico moderno. In questa prospettiva il lavoro dell’autore assume un’importanza rilevante, tracciando un quadro d’insieme che fornisce al lettore un chiaro orientamento verso due personalità determinanti. 

BIOGRAFIA
Giuseppe Gagliano si è laureato in Filosofia presso l’Università Statale di Milano. Ha conseguito il Master in Studi strategici e Intelligence e quello in Diritto internazionale e conflitti armati. È Presidente del Cestudec (Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis) e collabora con la «Rivista Marittima», l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, la Glocal University Network, la Società italiana di Storia Militare, il Centro de Estudos em Geopolítica e Relações Intenacionais (Brasile), il Centre Français de Recherche sur le Renseignement (Francia), il Sage International (Australia), il Terrorism Research & Analysis Consortium (Usa), Geostrategic Forecasting (Usa) e l’International Journal of Science (Inghilterra).  Ha pubblicato tra l’altro: “Sicurezza internazionale e controllo degli armamenti”, “Il potere marittimo negli scenari multipolari”, “Studi strategici. Introduzione alla conflittualità non convenzionale, vol. I”, “Studi strategici. Il ruolo della conflittualità non convenzionale nel contesto delle ideologie antagoniste del novecento, vol. II”, “Guerra economica e intelligence”. È inoltre autore di numerosi saggi e articoli in lingua inglese e francese.