Gesti

L’evocazione del dolore di Sláva Daubnerová

Sono momenti suggeriti, attimi che si inchiodano per non andare più via o suggestioni provvisorie e forse mai vissute. L'asfissia portata in scena al Globo Teatro festival da Sláva Daubnerová, autrice, regista e interprete di "Cells", prende forma all'interno di una scenografia che lei stessa cura. Simboli intensi: una lavagna sulla quale appuntare note sempre più complicate da scrivere, recipienti in vetro trasparente che si svuotano e si riempiono in un susseguirsi di mancanze, sedie senza sedile su cui adagiarsi, ago e filo per ricucire abiti e pezzi di sé che stentano a stare assieme. È un prototipo di donna che ha imparato a gestire il dolore, facendo leva su delle note di Louise Bourgeois che diventano scampo e rifugio, ostacolo e scoglio. Le sculture sono una forma fisica che rappresentano il tangibile, attraverso esse la paura prende forma, sembra dire la Daubnerová, quindi se la salvezza non arriva, attraverso l'arte il dolore può almeno rappresentarsi. La figura che continua a sottrarsi, in questo spettacolo, è quella di un padre troppo distante e dominante ma è proprio attraverso i riti che il personaggio sviluppa che può inchiodarne la fuggevolezza e riconoscerne la sofferenza. I sentimenti sono demoni che portano all'autodistruzione e il passaggio da una cella all'altra le permette, almeno, di codificarne i tratti e rendere indietro una parvenza di carnalità. Il passato diventa corrente e la figura del padre si proietta in una dimensione più gestibile: la sua distruzione avverrà tavola. "All’improvviso arriva una terribile tensione e noi lo afferriamo – lo afferiamo e lo lasciamo cadere sul tavolo, gli strappiamo le braccia e le gambe, lo tagliamo a pezzi, lo strappiamo/lo dividiamo a pezzi e iniziamo a divorarlo. Diventa il cibo". 
Come in una forma necessaria per sfamarsi ma allo stesso tempo semplice da distruggere, Sláva Daubnerová porta in Calabria una performance dai tratti noir convincente e originale, indugiando sui tratti evocativi che il dolore intimo porta.

SCHEDA
Cells, Slovacchia 45' – Prima regionale – Spettacolo in slovacco sovratitolato in italiano. Scritto, diretto e interpretato da Sláva Daubnerová; frammenti di testo tratti dai diari e  le  note di Louise Bourgeois; visual Concept di S. Daubnerová/E. Kudláč; drammaturgia di Eduard Kudláč; supporto tecnico Viliam Daubner
produzione P.A.T. piattaforma per il teatro contemporaneo.

La Performance Cely/Cells è ispirata all'omonima e celebre serie di installazioni scultoree di Louise Bourgeois (Parigi 1911- New York 2010), una delle più straordinarie rappresentanti d’arte visiva del 20° secolo. Cells di Louise Bourgeois è un’opera artistica creata negli anni '80: una serie di sei celle unite e separate da raggruppamenti di porte e finestre. Stanze delimitate da pareti – celle di acciaio da cui si affacciano porte e finestre di vetro, prigioni senza possibilità di fuga contenenti frammenti corporei, mobili, specchi e diversi oggetti della vita di tutti i giorni che si trasformano in documenti – reliquia. In Cells, Louise Bourgeois ricostruisce i ricordi dando loro una forma fisica.

Nathalia Capo d’Istria tra l’onirico e il reale

È un pomeriggio qualunque quello in cui la protagonista di "Omorfaskimi", la pièce portata in scena all'interno del maestoso cartellone di Globo Teatro Festival, si ritrova davanti a qualcuno che la porta a raccontarsi. La sua non è una vita qualunque ma quella di Gertrude Stern, un'ebrea, che scegliendo il nome con cui essere chiamata, Greta, quasi prende le distanze da se stessa, raccontandosi in un momento confuso e quasi onirico, dove gli orrori della fame e della guerra si confondono con la sua delicatezza e bellezza senza tempo o età. Con questo spettacolo teatrale arrivato in Italia per la prima volta, scopriamo una eccellente  Nathalia Capo d’Istria che, oltre a interpretare un personaggio che viaggia tra realtà e finzione, cura anche l'adattamento del testo ispirandosi al romanzo di Nikos Kachtitsis. I toni restano sempre in bilico tra il dramma e la dolcezza e anche i tratti più truci incantano gli spettatori perché la Capo d'Istria sembra, con generosità artistica, non voler mai lasciar solo lo spettatore dentro il dramma della Seconda Guerra Mondiale e, quasi come una madre attenta, lo accompagna per mano dentro gli errori e gli orrori, le pecche e la stanchezza. Una narrazione evocativa quanto reale, quella dell'artista, che con intensità e senza mai tralasciare la lucidità, sembra attualizzare quella tragedia bellica con tutte le tragedie del momento. Sottolineando,  dentro il suo percorso di dolore e attraverso un sorriso che raramente l'abbandona in scena, quanto siano i soggetti più deboli, in questo caso le donne, ad attraversare le esperienze di dolore senza

scampo, o possibilità alcuna di indulgenza. Sublimando, per quanto possibile, ogni esperienza, anche la più sconvolgente attraverso una sorta di catarsi connaturale. Lo spettacolo, rappresentato con immensa intensità, inchioda lo spettatore che, accorso al Parco di Ecolandia in vista di uno dei tanti appuntamenti con la multiculturalità teatrale, dopo la rappresentazione ha richiamato in scena l'artista più volte, in un abbraccio di applausi intenso e riconoscente.

SCHEDA
Omorfaskimi, Grecia 55' – Prima nazionale – Spettacolo in greco sovratitolato in italiano.
Liberamente tratto dal romanzo di Nikos Kachtitsis "Omorfaskimi"; adattamento, costumi, regia Nathalia Capo d’Istria; con Nathalia Capo d’Istria; manifesto fotografico Takis Diamandopoulos

In un pomeriggio, alcuni anni fa, forse pochi ma forse anche di più, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, in un caffè di una città dell’Europa centrale, ma potrebbe anche essere una città del Canada, l'ebrea austriaca Gertrude Stern racconta ad un perfetto sconosciuto la storia della sua vita. Donna di bellezza indefinibile, Greta, come preferisce essere chiamata, si svelerà attraverso una strana confessione in cui è difficile capire dove finisce la realtà e inizia la finzione. Il suo ambiguo racconto rivela le dolorose vicissitudini della sua vita ma anche le ragioni che l’hanno mantenuta in vita fino a quando con un disarmante sorriso invita lo sconosciuto nella propria stanza, per quella notte che potrebbe essere una delle sue ultime notti.

Peppe Voltarelli apre a Reggio il Globo Teatro Festival

Inizia venerdì 29 agosto la prima edizione del Globo Teatro Festival nel bellissimo anfiteatro nel Parco di Ecolandia ad Arghillà, completamente rinnovato per l'occasione. Si inizia quindi con il primo dei due week- end di programmazione previsti per questa edizione estiva che si concluderà domenica 7 settembre.

Venerdì 29 agosto alle ore 21.00 ci sarà l'apertura con il teatro-canzone "Il Monumento" di e con Peppe Voltarelli; sabato 30 agosto ci saranno Pierre Byland e Mareike Schnitker con "Confusion", spettacolo per la prima volta in Calabria e dedicato al grande Jacques Lecoq che ne è stato autore assieme allo stesso Byland. Già giunto giovedì sera in riva allo Stretto, Pierre Byland è una delle tante presenze prestigiose del festival, uno dei clown più importanti al mondo; come disse lo stesso Lecoq: "La sua personalità, il suo talento e i suoi doni acrobatici, contribuirono al nascere dell'immagine del clown teatrale. Lui portò il piccolo naso rosso nel teatro di oggi e lo rese popolare con i suoi spettacoli…". Domenica 31, sempre alle ore 21.00, è programmato uno spettacolo in prima nazionale con la straordinaria attrice greca Nathalia Capo d'Istria e il suo "Omorfaskimi" liberamente tratto dal romanzo omonimo di Nikos Kachtitsis con adattamento, costumi, regia della stessa Nathalia. Sarà un doppio appuntamento quello di domenica: alle 22.30 saliranno sul palco le attrici Maria Milasi e Kristina Mravcova con "La morte Addosso", un bellissimo spettacolo tutto al femminile scritto da Domenico Loddo e dalla stessa Milasi con la regia di Americo Melchionda.

Primo calabrese a vincere il prestigioso premio Tenco per la canzone in dialetto (nel 2010 con il disco Ultima notte a Malà Strana), Peppe Voltarelli è ormai conosciutissimo anche all'estero dopo i suoi frequenti tour in paesi come Francia, Germania, Stati Uniti, Canada o il Sud America. Lo spettacolo che farà da apertura alla prima edizione della Globo Teatro Festival è tratto dal suo primo romanzo intitolato "Il caciocavallo di bronzo", un improbabile monumento da costruire in un paese immaginario. Un libro autobiografico narrato e 'suonato' tra le righe di diciannove storie dove versi di canzoni rappresentano la vera punteggiatura del racconto. L'ambientazione è un villaggio popolato da bizzarri personaggi in cerca di riscatto dalle economie locali e dai percorsi ad ostacoli su strade da sempre in costruzione.
Ne abbiamo parlato in una intervista esclusiva con l'artista.

Peppe, ci racconti cosa vedremo sul palco del Globo Teatro Festival?
"Lo spettacolo "Il monumento" è un monologo di teatro canzone nella tradizione italiana più classica, quella che dai pionieri arriva fino ad oggi e sconfina un po' nel teatro civile ma anche nella poesia popolare. È un racconto puntellato dalle canzoni che fanno parte del mio nuovo album "Lamentarsi come ipotesi", mentre la parte testuale fa parte di questo romanzo autobiografico che è "Il caciocavallo di bronzo", una specie di celebrazione laica della nostra appartenenza, della nostra terra, delle nostre tradizioni. È un manifesto di intenti, ironico e a tratti surreale, su come vedo io la mia storia e la mia terra".

Una storia, quella tua, indissolubilmente legata alle tue origini, ti sei anche definito un emigrante musicale…
"Si, infatti, un emigrante che attraverso la musica riesce anche a toccare alcuni punti che l'emigrazione inevitabilmente contiene: la nostalgia, la lontananza, la rabbia ma anche l'autocritica di chi vive lontano e non è protagonista ormai da nessuna parte".

Dove lo costruiresti l'ipotetico monumento di cui parli?
"Credo che in Calabria ci siano già tanti monumenti come il caciocavallo di bronzo, bisogna semplicemente andarli a scoprire. Io lo costruirei in un posto dove non c'è niente. Deve essere un riferimento, un monito, un monumento del pensiero, anche ideologico quindi. Lo farei sul lungomare di un villaggio dove non ci sono mai stati turisti e dove mai ce ne saranno. Lo immagino quasi come un'opera autoreferenziale, che sta da sola e non ha bisogno di gente che la fotografa".

Arrivi a Reggio in un tour che tocca l'Italia e anche l'estero: sarai a ottobre anche in Inghilterra e Germania, poi in Cile… come vedi la Calabria da lontano e com'è quella vista da vicino?
"Vista dall'estero, la Calabria per me è uno strumento inevitabile di costruzione del mondo, un bagaglio inesauribile di esperienze ma soprattutto di linguaggi che mi servono per capire quello che mi sta intorno. Quando sono fuori cerco sempre di parlarne in termini un po' diversi, senza quell'alone di superficialità da guida turistica. Provo sempre raccontare i luoghi nella loro essenzialità, spogli ma anche forse più autentici. Vista dall'interno, è disarmante nella sua bellezza estrema, a volte nella sua cattiveria, nella sua umanità perché sotto le macerie di un paese da sempre in crisi, smembrato dalla disoccupazione e dalle cose che conosciamo c'è sempre un battito enorme di umanità che io ritrovo e vado a cercare perché ne ho bisogno".

Un battito che ancora resiste?
"Un battito vitale, a volte appesantito e provato dal tempo. Penso che sia fondamentale fare una sorta di cernita, di raccolta di quelli che ancora non si sono rassegnati, che hanno ancora voglia di battersi per la giustizia, per l'onestà, per i valori semplici che poi sono i valori della cultura contadina. Io vado a cercare queste persone e spesso le trovo, alla fine del mio viaggio. Non è semplice perché la Calabria ti mette in difficoltà, ti mette sempre alla prova e ti vuole dire che devi sopportare tante cose per poi raggiungere quella luce, quel lumino acceso. Anche Reggio Calabria è una città straordinaria per la sua storia, per il luogo dove si trova e io credo che questa luce ci sia anche a qui, il compito è andarla a cercare e farne tesoro".

Una ricerca difficile, che a volte ti da energia, altre ti sottrae linfa vitale…
"Si, è una cosa difficile. È una questione di scelte, c'è chi sceglie di combattere, di ribellarsi. Io con la musica ho scelto di giocarmi tutto e quando dico di cercare quella strada e quella luce lo dico non solo in senso artistico ma concreto. In autunno sarò a Colonia, Londra, in Cile e anche lì ci sono dei pezzi di Calabria che combattono e che sono attenti a quello che succede qui, in questa terra; non sono persone che si sono perse, sono vigili anche loro".

Qual è il tuo rapporto con il teatro?
"Ho cominciato tanti anni fa con la compagnia Krypton di Firenze con la quale sono nate diverse collaborazioni. Sono un amante del teatro, un appassionato. Ho scoperto tante cose che sono state per me come una sorta di scuola, un laboratorio continuo che mi ha dato consapevolezza dell'uso della parola, dello spazio, della narrazione, della gestualità. Per me il teatro è stato una grandissima scoperta e soprattutto è un ambiente ancora da scoprire dove trovo che ci sia tantissimo da imparare, soprattutto nei nuovi autori. Quando posso vado sempre a teatro per conoscere i nuovi stili, anche oltre il teatro classico verso il teatro di innovazione, contemporaneo".

Foto di Fabrizio Fenucci

 

Il sito della manifestazione:
www.globoteatrofestival.com »»

Dal nord Est un esempio di teatro dell’inconsueto

Pinocchio_Marco-Caselli-Nirmal-4_LIGHTDissacriamo e non piangiamo. Preferiamo ridere prima di tutto di noi stessi. E del teatro. Concludono con queste parole, Enrico Castellani e Valeria Raimondi, la presentazione del loro impegno teatrale che si protrae ormai da diversi anni. Babilonia Teatri nasce a Verona nel 2005 da un’idea creativa di Valeria ed Enrico che, in pochi anni, portano l’intera compagnia alla vittoria di numerosi premi e riconoscimenti, per l’originalità e la sensibilità con cui trattano varie tematiche, tenendo un occhio sempre ben puntato alla realtà. Il teatro che emerge dal loro impegno è come uno specchio riflesso in cui ognuno può rivedere se stesso, in cui è possibile ridere o piangere, provare tristezza o sghignazzare beffardamente, o in cui ognuno può semplicemente prendere coscienza di non potersi tirar via da quell’inestricabile matassa che è la nostra stessa esistenza. Non vi è alcuna pretesa di oggettivare, sul palco non ci sono soluzioni suggerite o conclusioni tratte, ognuno è libero di riconoscere un frammento di sé, di familiarizzare con le proprie ansie e frustrazioni, di riappropriarsi di quella follia che siamo e che ci circonda, come tengono a precisare i due artisti. Non fanno sconti, gli autori di Babilonia Teatri, il tentativo è di restituire al pubblico una fotografia di se stesso e del mondo in cui tutti noi viviamo, un ritratto che forse a lungo tempo è stato lasciato sbiadire in soffitta. È tempo di lasciar cadere il velo pudico per raccontare ciò che siamo, chi vorremmo essere e chi non saremo mai, ecco perché i nostri artisti si spogliano, e nudi salgono sul palco, dove le domande affiorano, insieme alle debolezze e alla finitezza che ognuno di noi reca. Si definiscono un teatro pop, rock, punk ma quello che colpisce è soprattutto l’originalità del linguaggio utilizzato, in cui la parola diviene esplosiva ed esigente, quasi a chiedere che ognuno le dia un senso, ma non uno precostituito, univoco, ma il senso che vuole, che più sente vicino a sé. Niente vincoli quindi, solo libertà di significare le parole a modo proprio. I testi portati in scena da Babilonia Teatri, si arricchiscono di un codice linguistico straordinariamente originale, fatto di filastrocche, tormentoni e litanie, una musica che per certi versi possiamo definire “primitiva”, che mira a dare risalto alle immagini che via via si susseguono sul palco. Sono immagini di realtà in cui ogni oggetto, scelto e portato in scena, rappresenta esattamente se stesso, in un teatro scarno dove gli attori diventano maschere pirandelliane che annullano il singolo in nome di un sentire comune, maschere parlanti che danno voce ad una frammentarietà che rappresenta per gli autori, l’unica possibile forma di teatro, in grado di  rappresentare la realtà odierna. Pinocchio, Lolita, The End, The Rerum Natura, sono solo alcune delle opere create o rivisitate, e portate in scena dalla compagnia, opere da cui emerge un nuovo, originale e sorprendente modo di guardare alla morte, alla malattia, alla donna e al suo corpo, nuovi linguaggi e nuove prospettive con cui gli autori indagano ciò che si cela dietro le apparenze, sotto la superficie della banalità.

Foto dal sito ufficiale www.babiloniateatri.it

Poesia e risate. Il Circo Abusivo in scena per i randagi

frekles-145L’incanto è iniziato con Baobab, un’ombra volante di suggestione scura regalata dal personaggio etereo di Martina Monoriti e da un cesto lasciato al centro del palco, con dentro l’idea di cuccioli abbandonati. Ha fatto il resto l’entrata in scena di Carruba, un coinvolgente Santo Nicito, capocomico della compagnia teatrale "Circo Abusivo", serrando il ritmo dello spettacolo. Lo show si è snodato tra numeri spassosi e ideali viaggi in Australia, con l’aiuto sostanziale del pagliaccio Romeo, interpretato magistralmente da Francesca Tortorella. Allampanato e curioso, Romeo si espime in un divertente dialetto mescolato a un australiano maccheronico, “imparando” al pubblico presente le modalità civili della sua terra: proteggere gli animali e abbracciarsi come i koala, senza remore e senza limiti. Anche l’entrata in scena della stralunata Pennichella Russo, interpretata dalla brava Maria Rosaria Ferro, strappa tante risate che fanno riflettere. Il suo personaggio è sbadato e dolce: anche se, distratta com’è, gli capita di pulire i cuccioli col detersivo, sicuramente non trascura di assisterli con dedizione. Sarà l’amorevole Arrivederci, romantico ma brontolone personaggio del coinvolgente Salvatore Borelli, ad addormentare i trovatelli pelosi con un originale orchestra fatta di campanelli suonati, a comando di bacchetta, dalle mani dei suoi aiutanti: otto persone del pubblico che contribuiscono alla performance tra risate e poesia. “Lavorare con i bambini su un tema come quello del randagismo è la cosa più importante – afferma Santo Nicito – perché tra dieci anni saranno cittadini formati e pronti ad assumersi importanti responsabilità. Lo spettacolo è andato benissimo e il merito è soprattutto dei presenti: spesso il nostro show si trasforma, di volta in volta, rispetto a coloro che abbiamo di fronte. La gente oggi ha scelto, senza saperlo, dei numeri che non erano in programma. E, non dimentichiamolo, il clown vive per il suo pubblico”.
Nicito racconta l’articolata formazione di un pagliaccio: “È un iter complesso che passa attraverso varie fasi, anche se soprattutto una è fondamentale perché ha a che fare con l’analisi e l’introspezione; prima di scegliere il nostro personaggio, infatti, cerchiamo di non essere fuorviati dal desiderio di ciò che vorremmo essere. Il processo può essere anche molto lungo, ma alla fine ciò che portiamo come nostro, sul palco, è la proiezione di ciò che ci appartiene davvero, con pregi e difetti. Siamo veri, autentici; lo spettatore questo lo avverte ed entra in empatia”.
L’associazione lavora in molti ambiti del sociale e anche in delicate corsie dell’ospedale: “Siamo presenti nel reparto di pediatria, a Reggio Calabria, i bambini rispondono bene, in maniera entusiasta e se migliora l'umore anche le loro terapie sono affrontate meglio. I nostri personaggi sono forti nel gestire problematiche complesse perché hanno lavorato molto su se stessi. E non fanno differenza di colore o generazione: come per magia i clown riescono a trasferire gli spettatori in quella terra di mezzo dove tutti abbiamo la stessa età, tutti la stessa razza”. E anche la razza animale, dentro la terra di mezzo creata dai professionisti del “Circo Abusivo”, è riuscita a entrarci facilmente beneficiando dell’intero incasso ottenuto per affrontare le spese vive di farmaci, visite e cibo che sono sempre sostenute dai pochi e preziosi volontari.
Tutto ciò grazie alla rara attenzione di questi esperti del sorriso, che con il loro cerchio empatico hanno coinvolto grandi e bambini in un pomeriggio fatto di risate, arte e valori di civiltà.

 

 

 

Saverio La Ruina ci parla delle sue storie sussurrate

Saverio La Ruina (foto: Katia Spano)Autore e interprete di un teatro semplice e sussurrato, Saverio La Ruina mette in scena personaggi che solo lui riesce a vedere, ma che sono sotto gli occhi di tutti. Pluripremiato con il riconoscimento teatrale tra i più alti, l’UBU, paragonato al grande Eduardo De Filippo, l’attore calabrese ha proposto, tra le altre opere, due piccole e intense storie di dominio maschile sulle donne con Dissonorata e La Borto e un racconto di identità negate con l’ultimo spettacolo Italianesi. La storia, raccontata in prima persona dal suo personaggio, ripercorre il dramma degli italiani in Albania rinchiusi per lunghi decenni nei campi di prigionia, circondati da filo spinato, torturati, costretti ai lavori forzati e poi arrivati in Italia nel ’91 assieme ad altri albanesi, di cui i media tendevano a rilevare solo l’aspetto criminale. Inutile dire che sono stati accolti tutti con disprezzo e diffidenza. Vicende che non hanno trovato nemmeno la clemenza di un accenno sui libri di storia.
«Lo spettacolo nasce da una storia sentita per caso, in televisione – ci spiega  l’artista dopo uno spettacolo – ma che mi ha immediatamente coinvolto. Ho quindi cercato questa persona ospite, poi mi sono messo in contatto con altri protagonisti di quell’epoca, con i loro figli. Tutti testimoni di un pezzo di tempo che sembra lontano anni luce dal nostro eppure vissuto in maniera drammatica. Queste persone sono perlopiù figli di italiani, con un cognome italiano e una lingua imparata spesso poco e male dai vecchi prigionieri del campo».
Il tuo personaggio, Tonino, propone un monologo dai toni semplici e mai alterati, nonostante i ricordi feroci delle violenze nei campi, in Albania. Un sarto zoppo a una gamba e insicuro che si sostiene all’unico elemento scenico, una sedia, mantenendo per tutto il tempo  uno stile dolce dal linguaggio comune. 
«In realtà è l’incrocio di molte voci che ho incontrato, durante i miei studi, le mie ricerche. Sicuramente, però,  mi sono fatto ispirare soprattutto da un uomo che mi ha colpito per la sua mitezza, ma ho preferito che il personaggio fosse un incrocio di testimonianze. Volevo, soprattutto, che lasciasse scorrere le emozioni, per quanto forti, dentro questo dialogo immaginario che propone. Come se raccontasse di sé a un passante. Intendevo, insomma, raggiungere proprio questo risultato: le cose urlate non mi sono mai piaciute, non mi appartengono. Preferisco i sussurri. La sedia, poi, in questo caso ha una funzione drammaturgica perché è di ferro e ha il sedile a grate, come una cella».
Il mito dell’Italia che il sarto eredita da un padre mai visto, mentre sogna di volare su un aereo e visitare le città dell’arte e della musica, vuol proporre riflessioni contemporanee?
«Credo che queste diventino automatiche; nella situazione attuale siamo circondati da moltitudini che non sono in grado di tenere per sé una terra, una Patria, per ragioni legate a guerre e povertà estreme. E il sogno di un Paese lontano e accogliente, naturalmente, si fa forte. Purtroppo, come accade spesso, al raggiungimento dell’obiettivo ci si scontra con la realtà non proprio rosea. Le vicende vissute da queste persone che si sono ritrovate a essere odiati in Albania e disprezzati in Italia ci riconducono alla problematica dell’apertura e dell’accoglienza. Al tema dell’identità: un diritto troppo spesso rinchiuso dentro gabbie mentali».
Il premio UBU è il massimo riconoscimento per chi fa il tuo mestiere. Tu hai portato a casa due Premi UBU come Migliore attore italiano e per il Migliore testo italiano con Dissonorata. Un Premio UBU per il Migliore testo italiano con La Borto. Adesso un altro come Migliore attore italiano con Italianesi. Cosa si prova? Avevi sperato in così tanti riconoscimenti? 
«Inutile dire che il Premio UBU è un sogno per chiunque sia del mio settore, e anche per me lo è stato, eccome. Tanti anni fa lo vedevo come qualcosa di distante, che non mi sarebbe mai appartenuto… è difficile da descrivere: una specie di sogno a occhi aperti. Poi è arrivato il primo, e ancora dopo gli altri. La sensazione che si prova è molto forte. Però  non mi fermo agli obiettivi raggiunti. Per me ogni volta sul palco è una sfida e cerco di colmare le insicurezze che sono proprie di chi lavora a contatto col pubblico con il mio lavoro, con  l’impegno. Così, va a finire sempre che sul palco dell’UBU me ne dimentico, e davanti a me resta solo la gente».