Cultura motore di sviluppo

Cultura motore di sviluppo

Museo Nazionale di Reggio CalabriaSolo in Gran Bretagna la cultura pesa sul PIL più che in Italia, ed è proprio da qui che può partire la ripresa di un Paese che vanta un patrimonio culturale tra i più importanti del mondo. A certificarlo è un’analisi del Centro Studi di Confindustria che sulla base di dati reali ha stilato un rapporto sulla crisi economica e sulle prospettive di rilancio dal titolo veramente indicativo: “La difficile ripresa. Cultura motore di sviluppo”. Lo studio, molto complesso ed elaborato, tocca vari punti e, alla fin fine, rilancia l’importanza di un settore considerato strategico per l’economia italiana. Sono proprio i numeri a metterne in evidenza potenzialità e margini di miglioramento anche in termini di occupazione, in un Paese dove fondamentalmente gli italiani ancora partecipano e spendono poco rispetto all’offerta disponibile e che è sempre più in basso in termini di spesa pubblica (0,6% del PIL nel 2011,circa 144 euro pro-capite). In base alle elaborazioni fatte su dati Eurostat,considerando i principali Paesi europei, il maggior numero di occupati culturali si trova nel Regno Unito e nei Paesi Bassi (rispettivamente 6,3% e 6,1%) al terzo posto l’Italia con il 5,9% (Germania 5,7%, francia 5,2%). Di questi nelle industrie culturali comprendenti film, video, radio-tv, musica, libri e stampa, videogiochi e software sono pari al 2,5% in Italia, 4,0% nel Regno Unito, 3,4% nei Paesi Bassi, 3,4% in Germania e 2,3% in Francia. Nel settore del patrimonio storico-artistico, arti performative e arti visive l’Italia si colloca su uno 0,6% (Regno Unito 0,9%, Paesi Bassi 1,2%, Francia e Germania 0,8%). Nelle industrie ricreative (architettura, comunicazione e branding, design, arredamento, produzione di stile) si hanno valori del 2,8% di occupati in Italia, 1,4% nel Regno Unito, e la stessa percentuale pari a 1,5% nei Paesi Bassi, in Germania e in Francia). In una situazione economica in cui il crollo della domanda interna ha fatto da fattore determinante per la crisi di tante imprese, si salva l’export culturale italiano che pesa più degli altri nel mondo. Anche qui i numeri forniti dal CSC (sulla base dei dati UNCTAD e Comtrade) sono più indicativi di tante parole. Considerando l’export paese sul totale mondo in valori percentuali (riferiti all’anno 2011) il dato dell’Italia è al 6,9% (Arti visive 1,6%, Industrie culturali al 2,5% e industrie ricreative al 7,9%). La Germania si colloca al secondo posto (totale cultura 6,5%), la Francia al terzo (3,6%). Dalle analisi alle proposte per il rilancio dell’economia attraverso il settore il passo è breve. Quelle delineate da Confindustria toccano più punti: apertura della governance delle istituzioni culturali alle imprese, al MiBACT compiti di governo del sistema, alle imprese private la gestione, secondo il modello della délégation de service public francese; valorizzazione dei magazzini dei musei; estensione del tax credit; tutela della proprietà intellettuale con il riconoscimento delle opere dell’ingegno come presupposto per valorizzare i prodotti delle industrie culturali; ridefinizione del ruolo della creatività plasmandolo sul Rinascimento manifatturiero, che fonde nel marchio italiano il “saper” fare con la cultura accumulata; trasformare i valori culturali in valori aggiunti all’interno del sistema economico e produttivo. Perché, come conclude l’analisi presentata alla stampa a fine dicembre dal presidente del CSC, Luca Paolazzi, se proprio non si può salvare tutto il mondo facciamo che la bellezza salvi almeno l’Italia.

 

Approfondimento e fonti: www.confindustria.it

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Antonio Aprile administrator

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