Incontro con Roberto Parodi, scrittore del viaggio

Incontro con Roberto Parodi, scrittore del viaggio

“La cosa più bella del viaggiare è incontrare la gente. Il posto che sconsiglio assolutamente di visitare? Il posto dove non vuoi andare”
Incontro con Roberto Parodi, scrittore e giornalista, appassionato motociclista e specialista di viaggi overland

Ogni viaggio inizia nella mente ed è proprio in quell’istante che si stabilisce una promessa tra il viaggiatore e la strada. Ci si prefigura così, quello che si vorrebbe accadesse, e l’orizzonte del domani che si vorrebbe, in quel viaggio, si palesasse dinanzi agli occhi. Quanti viaggi, quante strade e quanti km percorriamo ogni giorno: nelle decisioni che prendiamo, nelle fughe che in maniera rocambolesca, spesse volte, organizziamo per paura di quelle stesse decisioni che, volenti o nolenti, quotidianamente siamo chiamati a prendere. Il viaggio assume cosi contorni e sfumature diverse e, in conformità a chi lo desidera e lo progetta, diventa metafora di se stessi. Tipologie diverse quindi, per uomini diversi. C’è chi i viaggi preferisce viverli stando comodamente seduto in poltrona, leggendo un buon libro e vivendo l’avventura come in un sogno ad occhi aperti, salpando come un pirata sulla nave della fantasia. Al contrario, c’è chi invece ai voli pindarici preferisce gli spostamenti concreti e reali, e si affida per questo a un qualsiasi mezzo di trasporto: un aereo, una macchina oppure il sellino di una moto.  Non importa il mezzo scelto, l’importante è vivere quel viaggio, consapevoli che, raggiunta la meta, si rincontrerà sempre se stessi. Gli aspetti comuni che tutti i viaggiatori, reali o immaginari, condividono sono la frenesia iniziale e la voglia di spogliarsi di ogni certezza, ciò che invece cambia è l’equipaggiamento utilizzato per intraprendere il percorso.  

Charles Baudelaire scriveva: Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perché. I loro desideri hanno le forme delle nuvole.

I veri viaggiatori quindi sarebbero sempre pronti a partire, pur ignorando il perché del loro andare, seguirebbero un volo fortuito, come palloncini lanciati in aria e trasportati dal vento: il viaggio diventa il viaggiatore. Non si creano, quindi, né distinzioni né rotture, così come succede quando il viaggiatore finisce per identificarsi con il suo mezzo che cessa di essere un veicolo, e si trasforma in un mezzo di sopravvivenza, una passione, un compagno con cui condividere l’emozione del percorso. Questo accade soprattutto -mi spiega Roberto Parodi durante una chiacchierata svoltasi in occasione dell’uscita del suo nuovo libro “Manuale di viaggio per motociclisti overland”-quando scegli un mezzo come la moto che ti dà la possibilità di vivere appieno ogni emozione, trascinandoti fuori dalla campana di vetro, come può essere l’abitacolo di una vettura, che fa filtro tra te e il tutto che è fuori. La moto non ti protegge dal sole, dal vento, ma ti lascia la libertà di vivere ogni istante, e tutto passa sotto i tuoi occhi e attraversa l’anima e la mente. Non so se sono riuscita a comprendere pienamente tutto ciò che sta dentro questa filosofia di vita, questa idea del viaggio come metafora dell’esistenza umana, e per questo motivo decido di porre a Roberto, che del viaggio ha fatto la sua passione di vita e, in parte, il suo mestiere, qualche altra domanda, giusto per esserne sicura.

Comincio così a esporgli il mio primo interrogativo:

Michel Montaigne diceva: A chi mi domanda ragione dei miei viaggi, solitamente rispondo che so bene quel che fuggo, ma non quello che cerco. Tu hai scritto un libro dal titolo “Chiedi alla strada”, ti domando: tutti, chi per un motivo chi per un altro, tendiamo quando ci si presenta la possibilità, a fuggire i problemi cercando di lasciarli dietro alle nostre spalle, convinti che il non vederli possa anche farli sparire. Sapere da cosa si fugge si rivela spesso una cosa semplice, ma sapere cosa si stia cercando non sempre è chiaro. Roberto, la strada ti ha mai dato risposte?
«Sinceramente penso che non sempre sia facile capire il motivo da cui si fugge, resta spesso un vero e proprio mistero. Il più delle volte percepiamo che non esiste un problema oggettivo, eppure sentiamo dentro una mancanza, un senso di incompletezza che urla nel fondo di noi stessi e spinge a partire. Secondo me la strada ti dà sempre delle risposte, ma lo fa nell’unico modo che conosce: pone in modo diretto la tu anima con gli eventi. Quando viaggi sei sempre esposto a tutto, non solo agli agenti fisici, ma anche a eventi che possono, in un attimo, mandare per aria il bagaglio di convinzioni con cui eri partito. È proprio in quei momenti lì, che la strada ti dà una risposta perché sei chiamato, proprio da lei, a reagire, e quindi a crescere. Esperienza non è quando tutto fila liscio, quando le cose vanno nel modo in cui le hai programmate, la vera esperienza è quando qualcosa non va come dovrebbe».


Spesso si dice che le cose più belle devono ancora accadere, o nel nostro caso che il viaggio più bello è quello che ancora non è stato fatto. Pensi anche tu che sia così? Possiamo dire, parafrasando un tuo titolo, che il viaggio è “un giro lungo una vita”?
«Esiste sempre una classifica personale di tutti i viaggi: alcuni ti hanno segnato e rimarranno per sempre, alcuni ti hanno dato di più e altri meno. Esiste poi una concezione leopardiana che potremmo definire “del sabato del villaggio”, e con cui io mi trovo perfettamente d’accordo, che sostiene che il più grande godimento stia proprio nel programmare il viaggio, prima che capiti: tirar fuori la cartina, tracciare il percorso, decidere le soste e così via. Quando, poi, il viaggio è fatto è fatto, e non è che debba essere necessariamente il più bello, ma sicuramente è quello che ti porterai dietro come il più caldo».

Concludendo: il tuo nuovo libro “Manuale di viaggio per motociclisti overland” ti vede, per certi aspetti, abbandonare lo stile dei precedenti romanzi. Se non ho capito male nasce da una tua riflessione sul fatto che il motociclista sia un “approssimato”: poco spazio, abbigliamento quasi mai azzeccato per il momento, attrezzatura mai perfettamente apposto e così via. Sarebbe un po’ come dire che in queste pagine ti comporti come “una stella polare” per tutti coloro che vogliono ridurre al minimo i rischi. Scrivendolo, però, non ti è un po’ mancato quel terreno su cui proprio gli imprevisti, le paure, la mancanza di certezze facevano del viaggio il Viaggio?

«Il viaggio è una cosa complicata, non bisogna mai avere la presunzione di sentirsi preparati a tutto, se no si finisce per non partire, o per partire assomigliando a RoboCop: moto supertecnologiche, caschi enormi, valigie immense. In realtà ogni viaggio presenta problematiche imprevedibili e, per quanto si vogliano eludere i rischi, durante il Viaggio avrai comunque freddo, avrai comunque caldo, se pioverà ti bagnerai comunque, se cadrai in terra, un pezzo di moto si romperà comunque, e allora perché pensarci prima in maniera ossessiva, al punto da temere il viaggio stesso? Quando si fanno dei progetti Dio ride, e questo si applica perfettamente ai viaggi in moto e allora il mio consiglio è: partite sempre con gli unici strumenti che realmente vi serviranno: la serenità nel cuore, l’umiltà nella mente e la prudenza in un taschino».

Terminata la chiacchierata ringrazio Roberto per aver condiviso con me i suoi ricordi e alcuni dei suoi momenti speciali, e torno a casa con le idee un po’ più chiare: il viaggio è davvero una metafora, è la ricerca di un qualcosa che sfugge, di un qualcosa che si è perso e che si cerca di riconquistare, di un qualcosa che possa alleviare il dolore che, sopito, alberga in un cuore che ha perso per sempre il suo centro, ma è anche la gioia della partenza come quella di una vita che rinasce, è la felicità del ritorno a casa, è semplicemente il piacere di ritrovare un se stessi che si credeva perduto nelle pieghe della quotidianità.

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Maria Mannino author

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