Intervista a Giuseppe Vizzari: “Colgo attimi che mi vengono offerti”

Intervista a Giuseppe Vizzari: “Colgo attimi che mi vengono offerti”

Vizzari Giuseppe © - All rights reservedNon ama le pose Giuseppe Vizzari. Reduce dal Premio speciale della giuria "Avventura" della quinta edizione "Click andata e ritorno”, preferisce aspettare l’attimo prima dello scatto e creare una relazione empatica col soggetto: «Attimi di felicità che poi, nell’elaborare quello scatto, possono ripetersi».

La tua foto vincitrice, il sorriso di un lavavetri ritratta da dentro l’abitacolo, è stata selezionata per il Premio speciale della giuria "Avventura" della quinta edizione "Click andata e ritorno". Scelta tra migliaia, riporta l’osservatore fermo a un semaforo dentro un attimo vissuto tante volte e forse troppo trascurato, sottovalutato a livello emozionale. Com’è nato lo scatto? La foto ha un titolo?
«La motivazione della giuria, nel premiare questo scatto (che io avevo inviato per una categoria ben precisa che è la “Sezione Noi e gli Altri”) è stata quella di portarlo a sintesi del senso del viaggio, al rapporto tra il viaggiatore e l’abitante dei posti visitati: un rapporto che vuole e dovrebbe essere spontaneo e genuino. Lo scatto, in questo caso, è istintivo perché improvviso, è il coinvolgimento tra il ragazzo e il fotoamatore, è istintivo il gesto che quasi vuole essere un gioco, non avendo io alcuna necessità di avere il vetro del pullman pulito, consequenziale è l’espressione colta del suo sorriso spontaneo e desideroso di stabilire un rapporto che in questi casi non può esserci (il viaggiatore corre pure quando viaggia), ma rimane quell’attimo, più che nello scatto che lo fa vedere, nel ricordo di chi lo ha vissuto, sicuramente nel mio, ma credo anche nei ricordi del ragazzo che per un attimo ha quasi voluto sfiorarmi per dirmi: tu sei mio fratello.
Normalmente non do titoli alle mie fotografie perché vorrei che chiunque le veda, possa tirarci fuori quello che sente. Al contrario, potrebbe essere tratto in errore partendo dalla lettura di una mia personale interpretazione. A meno che la foto non descriva qualcosa che può essere sconosciuta ai più e in questo caso mi sento in dovere di dare un titolo».

Le tue opere sembrano sempre riferite a momenti estemporanei, anche quelle con dei soggetti in posa paiono tratte da attimi provvisori che hai fissato attraverso uno scatto. È vera questa impressione? Come ti poni nel rapporto con chi ritrai?
«L’impressione che hai avuto è esatta. Io non metto in posa alcuno.
Sicuramente colgo degli attimi che mi vengono offerti dalle persone e cerco di farlo nel migliore dei modi possibile (con le mie forze e capacità); ma un attimo prima di questo coinvolgimento deve maturare una intesa che può essere uno sguardo, un movimento, un gesto e aver la certezza che non sto imponendo la mia volontà, ma l’altro mi si sta dando la possibilità di fermare un attimo.
E credo che nelle mie foto, in quasi tutte, non si vedano persone messe in posa. Io li vedo così, e tu nel pormi la domanda lo hai premesso».

Cosa provi quando riesci a tirare fuori uno di questi istanti?
«La fotografia per me è passione. Chi vive una passione (che sia tale) può capire cosa si prova quando questa viene espressa e messa in pratica.
Per me lo scatto è gioia, coinvolgimento, poi, nel momento in cui mi rendo conto che quello scatto potrebbe essere diverso, la gioia, senza esagerare, rasenta la felicità: attimi di felicità, attimi che sai, che poi, nell’elaborare quello scatto, possono ripetersi. Emozione allo stato puro soprattutto quando, dopo averci messo te stesso perché lo scatto possa realizzarsi al meglio, pensi che ci sei riuscito. La fotografia, per questo motivo, va mostrata agli altri, forse per avere la certezza che anche gli altri abbiano provato una parte di quella emozione che hai provato tu nel realizzarla compiutamente».

I tuoi soggetti, perlopiù, sono segnati da una realtà faticosa. Quello che emerge, comunque, è sempre un rispetto totale della loro dignità. Come ti rapporti a questi mondi così diversi?
«Ricordo una canzone di Irene Grandi dove alcune frasi mi colpirono (Prima di partire per un lungo viaggio/Devi portare con te la voglia di non tornare più/Prima di partire per un lungo viaggio/Porta con te la voglia di adattarti/Prima di pretendere qualcosa/Prova a pensare a quello che dai tu) forse perché mi ci ritrovavo, forse perché la mia cultura di origine contadina non mi fa vedere persone al di sopra o al di sotto.
Sono cresciuto coi pregiudizi della nostra società: religione, ecc. Ma già da ragazzo ho cercato e mi sono sforzato affinché il mio comportamento fosse improntato a un modo diverso di intendere gli altri e il rapporto con loro, a una società più giusta ed equa. Ora, non so se ci sono riuscito compiutamente, ma ho lottato con gli altri e con me stesso perché potessi farcela.
E come lo vedi tu nel pormi la domanda, lo hanno visto altre persone, tante, tutte quelle che hanno visto le mie foto. Una signora romana, ultraottantente e madre di una mia compagna di viaggio, che durante la guerra è stata prigioniera dei tedeschi ed ha vissuto quel periodo come nessuno di noi lo può lontanamente immaginare, vedendo il mio libro fotografico sui ragazzi di Rosarno, obbligati a lasciare quella cittadina, si è emozionata al punto che, mi raccontava la figlia, le scendevano le lacrime agli occhi. Il mio impegno è quello di non imporre ad alcuno la mia volontà al fine di fare uno scatto a tutti i costi; soprattutto nei confronti di queste persone che già hanno di per sé una lunga battaglia con la vita da combattere».

Le tue foto sono rielaborate attraverso lavori grafici ulteriori o preferisci mantenere il risultato primario dato dallo scatto?
«I miei scatti sono tutti in formato RAW, il cosiddetto negativo digitale, formato non visibile se non attraverso determinati programmi e non stampabile, e il motivo principale per cui utilizzo questo formato è che da esso si può tirare fuori, senza danneggiare (relativamente) il risultato così come lo hai vissuto o te lo ricordi o al limite come lo vuoi interpretare. Al contrario, il formato JPG, già elaborato dalla fotocamera, è poco o niente ritoccabile. Per elaborazione o ritocco, io intendo, utilizzare tutti quegli strumenti che sempre sono stati utilizzati in camera oscura (con la pellicola) dai fotoamatori. Niente di più. Esattamente tutte quelle operazioni ammesse dai concorsi di una certa importanza. Anche perché il file che qualsiasi fotocamera, pure professionale, tira fuori è opaco, dai colori smorti, piatto a volte poco nitido. È necessario quindi tirare fuori dal formato RAW tutti quei dati che contribuiscono ad ottenere una foto “valida”. Quindi, utilizzo un programma di elaborazione e conversione dal formato RAW a quello JPG, senza stravolgere il file originale».

Nel tuo modo di vedere la fotografia quale ritieni sia il compito del fotografo: filtrare la realtà attraverso l’arte o riportarla tale e quale e lasciare al fruitore il compito di interpretarla?
«Neil Leifer dice che “la fotografia non mostra la realtà, mostra l’idea che se ne ha”. Quindi sensibilità, conoscenza, cultura, onestà intellettuale del fotografo, giocano un ruolo importante nel risultato finale. Personalmente ritengo che realtà ed arte possano e debbano coesistere. In fondo in fondo una poesia, un testo, un dipinto, una musica, possono astrarsi e volare per conto proprio, ma il punto di partenza per realizzare questo volo credo sia sempre l’uomo, la sua vita, il suo destino».

La fotografia pubblicata, per gentile concessione, è di proprietà dell'autore  © Giuseppe Vizzari  –  All rights reserved

Giuseppe VizzariBiografia: Giuseppe Vizzari è nato a Reggio Calabria dove vive e lavora. Inizia a fotografare da ragazzo in occasione di un viaggio in Belgio durante il quale lo zio gli regala una macchina fotografica. Questa passione lo porterà verso lo studio, il confronto e verso la ricerca di nuovi stimoli. La fotografia gli permetterà di vincere numerosi premi e ottenere molti riconoscimenti, tra i quali il secondo posto al Concorso indetto dal National Geographic Italia – sezione Uomo. Ha inoltre allestito diverse mostre fotografiche e pubblicato il volume “Rosarno… 9 gennaio 2010 …bisogna andare” per Città del Sole Edizioni in cui presenta gli scatti della giornata conclusiva in seguito alla rivolta degli extracomunitari contro i soprusi subiti nella cittadina calabrese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Info sull'autore

Katia Colica administrator

1 commento finora

omctWIQTCRKPubblicato il2:57 am - Giu 21, 2017

Thanks for spending time on the computer (wiirtng) so others don’t have to.

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