La Chiamata di Marzo

La Chiamata di Marzo

In Veneto capita spesso che una tranquilla e senza pretese domenica di sole, regalo assai raro in questa stagione, si trasformi invece in un tuffo nel passato lontano, e ci si ritrovi così catapultati in un’antica festa fatta di tradizioni, colori e musica. Niente a che fare con il carnevale, seppure ormai alle porte. Qui ci troviamo nell’alto Vicentino precisamente a Recoaro Terme, verdeggiante conca racchiusa dai rilievi delle Piccole Dolomiti che, colme di neve, non perdono l’occasione, anche loro, per fare da sfondo a questa antica festa che si celebra con una cadenza biennale. Il sole splende e mitiga l’aria montana, che rimane comunque pungente, ma la gente sembra non avvertirla, e all’ora di pranzo è già tutta raggruppata in piazza, richiamata dal suono dei corni che annuncia la partenza dei carri e l’imminente arrivo del variegato corteo. Per l’occasione ci sono tutti, adulti e buteleti, tutti pronti ad applaudire e acclamare il carro della propria contrada. È una festa le cui origini cimbriche si perdono nella notte dei tempi, ma di cui si ha notizia ancora nel XVI secolo. La tradizione narra che cadeva nell’ultima domenica di febbraio ed era legata ai riti di inizio primavera, era una ricorrenza che richiamava tutto il paese, in un’esplosione di gioia che invitava a festeggiare l’arrivo della bella stagione. Si attendeva l’imbrunire, e al via un lungo corteo di pastori, contadini e mandriani, seguiti dalle proprie famiglie, lasciava le contrade e si recava giù in paese, tra canti e schiamazzi, per ritrovarsi lì, in quella piazza per mesi gelata dal freddo e quindi inaccessibile. Era un momento di incontro e di scambio tra le popolazioni montane del recoarese che si rivedono dopo il lungo periodo invernale.
In questa splendida ultima domenica di febbraio, le campane annunciano che inizia così la Chiamata di Marzo e bisogna accorrere tutti, nel ricordo di chi, in tempi ormai lontani, non possedeva un pc, un tablet o un telefono cellulare con cui comunicare, e era costretto a attendere il primo tepore primaverile per uscire dall’isolamento dell’inverno, che li aveva visti chiusi nel calore delle proprie case o nelle stalle per lunghi mesi, a causa della neve e del ghiaccio. Trascorrevano anche quattro o cinque mesi in cui il popolo montano non riusciva a svolgere le normali attività, erano giorni in cui si interrompevano persino i rapporti tra le contrade, e il centro del paese rimaneva pressoché deserto. In questa giornata si festeggia così l’addio all’inverno, la rinascita della natura e della vita di un intero popolo legata a essa. Sfilano più di settanta carri a mostrare come si viveva un tempo, lontano da internet e dalla tecnologia, come si lavorava la lana, il miele, il legno, come giocavano i bambini con gli slittini fatti di legno o con le vecchie altalene, come si cucinavano gli gnocchi o la polenta, come si viveva la semplicità dei giorni. Centinaia di figuranti in costume sfilano per le vie sui carri e a piedi, ricreando momenti e occasioni passate in un affascinante e suggestivo scenario. Al termine della sfilata la festa non finisce, ci sono ancora i prodotti tipici da assaggiare, tutto ciò che è stato illustrato e cucinato sui carri viene, infatti, offerto al pubblico che, mentre attende in fila, è piacevolmente distratto da musiche suonate da antichi strumenti. Scende la sera e l’aria, in contrasto con quella mattutina, diviene fredda e secca, sembra quasi che l’inverno così voglia avvisare tutti i presenti di avere ancora qualche botta di coda da esibire. Prima di un arrivederci al 2016 non resta altro da fare se non raccogliersi tutti intorno al gran fuoco acceso in piazza, per bruciare un vecchio fantoccio, e tra le scintille, mentre ci si scalda, riecheggiano tra i bimbi le parole di Anna Strati: Oggi qui è rappresentato questo tempo ormai passato. Noi suoniamo e balliamo, tutti insieme festeggiamo. Ricordiamo i tempi passati per far rivivere i nostri antenati.

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Maria Mannino author

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