Teresa Ribuffo ci parla della sua installazione contro il femminicidio

Teresa Ribuffo ci parla della sua installazione contro il femminicidio

teresa ribuffoIl sogno d’amore è vestito di bianco, come la ricerca cromatica che contraddistingue l’artista reggina Teresa Ribuffo. Un colore che attraversa significati di innocenza, purezza, ma che assume anche il senso intimo del lutto e dell’assenza di vita. La stessa Ribuffo ci racconta il suo percorso di studio e analisi.
Il bianco è un colore che identifica gran parte delle tue opere. In quest’ultima espressione, però, si prende carico di contenuti molto duri…
«È un colore che mi permette una grande libertà di comunicazione e soprattutto lascia la stessa libertà nelle mani dello spettatore, che diventa egli stesso parte dell’opera e la integra associando le sue emozioni. Con “Intimità sul filo”, una mia recente mostra, la forza evocativa era basata sul rito purificatorio che il ricordo attua sui  vissuti. Adesso, con “I Love You”, lo stesso bianco prende una strada diversa, non necessariamente staccata, e assume un significato simbolico semplice ma, spero, efficace».
Una scelta di elementi simbolici universali, insomma?
«Esattamente. Ho rifuggito metodi comunicativi complessi, criptici, e ho deciso di collocare le mie tele insieme a tre elementi nodali  e immediati: il velo da sposa e il sogno di vita a due che da sempre rappresenta in maniera pressoché automatica. Poi ho inserito la scarpa da sposa, che vorrebbe richiamare la favola, con rimandi a Cenerentola e al ruolo metaforico da principessa. E, infine, il bouquet; nella fattispecie parte dalla celebrazione del mondo virginale passando all’accezione più intima del fiore come senso del femminino; per concludersi dentro la fine di un viaggio precoce, purtroppo attraverso la violenza. Una sorta di rimando alla celebrazione della morte e all’atto di sublimazione con la vita interrotta».
A questo proposito l’inaugurazione del vernissage è stata altamente allegorica…
«Sì, io ero vestita di bianco (come la gran parte del pubblico intervenuto e che ha fatto proprio il senso intimo della scelta cromatica) e ho spezzato l’accesso alla sala sotterranea, un nastro composto da un velo candido, il tutto col bouquet in mano. Il concetto si è biforcato: da un lato emergeva l’assonanza con l’ingresso classico della sposa verso l’altare, dall’altro era evidente il senso del sacro nel porgere un omaggio alle vittime in un gesto a noi caro che è quello di portare i fiori al cimitero. Per cercare il modo di stare in pace coi nostri defunti e, allo stesso tempo, di far pace anche con la morte stessa. Volevo creare il contrasto tra la rassicurante apparenza di un mondo da fiaba e la ferocia della violenza domestica, muta e  chiusa tra quattro mura».
Nelle tue ultime tele c’è una novità: il riferimento a Ofelia.
«Ofelia è un personaggio che non può restare indifferente, soprattutto nell’immaginario femminile: è morta annegata dopo aver ceduto alla pazzia. Tutto questo soltanto per amore. Il ruolo all’interno di questa mia ricerca è divenuto quasi spontaneo e ho cercato di compierlo tramite la realizzazione  di una prigionia eterna e liquida: i due quadri annegano il velo bianco e i fiori immacolati  in un lago di resina trasparente. Il risultato è una tela intrisa di acqua apparente, che immobilizza un amore totale».
L’arte cosa può fare contro il femminicidio?
«Gli artisti hanno, da sempre, strade alternative con cui parlare alla gente. Io ho sentito la necessità di farlo con un linguaggio immediato per sottolineare l’importanza della denuncia e il valore della percezione esatta dei valori. Non è una mostra contro il matrimonio, naturalmente, ma solo una contestazione diversa e personale al fenomeno dilagante. Un’urgenza che ho sentito profondamente di esternare nel modo in cui sono capace».

La suggestiva mostra di Teresa Ribuffo, con l'autorizzazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria, il patrocinio del Consiglio Regionale della Calabria e il Comune di Reggio Calabria, in collaborazione con Acrome Officine Creative, resterà a disposizione del pubblico fino al 25 ottobre.
Orari:  il sito sarà aperto i martedì, giovedì e venerdì dalle 17:30 alle 19:30

L'ARTICOLO SULLA MOSTRA: VAI

BIO – Teresa Deborah Ribuffo nasce a Maratea nel febbraio del 1979, frequenta il liceo artistico Mattia Preti di Reggio Calabria, prosegue gli studi artistici laureandosi all'Accademia di Belle Arti nella sezione di Pittura, subito dopo si abilita all'insegnamento di Discipline pittoriche. Attualmente prosegue le sue ricerche artistiche tra Italia e Spagna.
Le esposizioni sul sito ufficiale VAI

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Katia Colica administrator

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