“Mi dispero perché non posso scrivere, ma abito esattamente quel mondo”

“Mi dispero perché non posso scrivere, ma abito esattamente quel mondo”

fotocorpodocile (1)Le barriere di Rosella Postorino si ripetono in forme sparse, forme d’autore. I suoi personaggi transitano spesso ai margini della paura, rinnovano le loro ossessioni e stanno a fatica dentro quelle barriere, reali e morali, che l’esistenza gli attacca addosso. Con “Il corpo docile” edito da Einaudi – Stile libero, ma anche coi suoi testi precedenti, il lettore si accomoda dentro uno spazio scomodo eppure necessario, che l’autrice ritaglia con la forza di chi non potrebbe fare altrimenti. 

Nel tuo percorso di scrittura ricorre sempre il tema del limite, della barriera. Una costante casuale o che ritorna in maniera quasi necessaria?
È probabilmente una mia ossessione, quella del confine. Il corpo stesso è un confine: è una barriera che gli altri non possono attraversare. La condivisione del dolore è infatti un’illusione: nessuno potrà provarlo insieme a me nello stesso momento e con la stessa intensità, nessuno potrà davvero conoscerlo; per quanto possa impegnarmi a raccontarglielo a parole, l’altro non potrà mai sperimentarlo sul suo corpo: ma cos’è più vero di ciò che il tuo corpo conosce, riconosce? Il corpo è la cesura tra me e gli altri, ma è nello stesso tempo lo spazio del contatto con gli altri, uno spazio della relazione. La fiducia con cui i bambini di Rebibbia consegnavano il loro corpo mi stupiva, mi emozionava, mi spaventava. C’è una consolazione nel contatto tra i corpi, una felicità, che in nessun altro modo è possibile. Ma il corpo è anche lo spazio della violenza, esercitata e subita. A partire dal corpo, ogni altro spazio è un confine da attraversare. Il quadrilatero – il quartiere periferico in cui Milena vive, anzi in cui si è, appunto, “confinata” – è una soglia al di là della quale esiste la possibilità della vita, e al di qua della quale c’è invece una forma di astensione dalla vita stessa. Ogni relazione è una frontiera, i cui confini sono di volta in volta spostati o rinegoziati. Non c’è altra maniera di adeguarsi all’esistenza – dal momento che non l’hai scelta, puoi solo adeguarti – se non riconoscere il limite e decidere, più o meno consapevolmente, di attraversarlo. Credo che esistano molte gabbie: familiari, culturali, sociali, di genere, di classe, anche se il termine classe sembra fuori moda, generazionali, lavorative, e individuali. Il rapporto tra barriera e paura è strettissimo, e i miei personaggi sono sempre spaventati. Si muovono come se cercassero l’uscita e non la trovassero, tentano tutti di strapparsi da una condizione originaria – di cui non hanno colpa, ma di cui hanno ereditato la colpa – e impiegano ogni sforzo in questa impresa, senza nemmeno averne coscienza. Sono come insetti, che sbattono contro il vetro della finestra e qualche volta ritrovano l’aria, qualche volta ritornano dentro e si trovano di nuovo ingabbiati. Non credo in chi dice che siamo liberi. Di scegliere, di fare, di diventare quel che vogliamo. Alcuni sono più liberi di altri, ma tutti siamo influenzati dalla nostra storia: familiare, geografica, economica… La libertà è sempre condizionata.

Il linguaggio della tua scrittura sembra voler ricercare, costantemente, spazi espressivi nuovi: la tua voce, formalmente, è da catalogare tra la letteratura giovane eppure sembra completamente staccata da quest’ultima, sia nella forma che nel contenuto. Condividi queste impressioni?
Non saprei dire che cosa significa “letteratura giovane”. Posso dire che in generale detesto ogni forma di giovanilismo, e anche la sciatteria linguistica. La lingua è strettamente interconnessa alla storia, non è un accessorio, non è separata, non è decisa a priori in modo ideologico, è semplicemente uno dei tanti elementi che fanno un romanzo: ha la stessa importanza della trama, della costruzione dei personaggi, della ricerca del senso… Non esistono sviluppi narrativi possibili senza una lingua che li scateni, li accompagni, li renda visibili, e possibili. E viceversa. Credo che ogni storia invochi una lingua tutta per sé, e nel caso de Il corpo docile io ho cercato una lingua che riuscisse a raccontare l’urto di Milena contro il mondo, l’urto del suo corpo contro il mondo.

Nel tuo ultimo libro, “Il corpo docile” edito da Einaudi – Stile libero, racconti il dramma dei bambini nati in carcere. Tu hai fatto una considerevole attività di volontariato in questo settore: quanto ritieni importante la conoscenza di un luogo, reale o mentale, per poterne scrivere in maniera convincente?
In questo caso era indispensabile. La verosimiglianza, in un racconto realistico, è per me un valore, come la precisione. Se scrivi un romanzo che si prende la briga di parlare anche di un fenomeno reale quanto misconosciuto, devi cercare di avere più informazioni possibili. Non tanto per un obiettivo di “denuncia”: di quello si occupano le inchieste, non i romanzi. I romanzi si occupano dell’umano, per quanto mi riguarda. Per raccontare la gabbia – quella di tutti, non solo quella dei carcerati – ho scelto di mettere in scena una donna nata e allevata in un carcere per i primi tre anni della sua vita. È un personaggio d’invenzione: non ho mai conosciuto una donna adulta che avesse avuto come prima casa la galera. Ma ho potuto immaginare questa donna adulta anche a partire dalla mia esperienza – fortissima – con i bambini che da 0 a 3 anni vivono nel carcere femminile di Rebibbia. Li ho frequentati per due anni, li ho portati fuori da Rebibbia di sabato in gita col pulmino e gli altri volontari, ho passato le domeniche con uno di loro a Villa Borghese, li ho visti aver paura delle onde e urlare euforici al suono di un aereo che passa. Sapevo che da adulti non li avrei più incontrati. Mi sono chiesta che tracce avrebbero portato, di questa reclusione senza colpa, una volta che fossero cresciuti. E così è nata Milena.

Puoi provare a dosare e a raccontarci le parti di istinto e di metodo che usi per scrivere?
Posso dire che non ho mai in mente tutta la storia, quando scrivo. E lo considero un bene. Se avessi tutta la storia in testa non dovrei scoprire nulla, e allora non vedo perché dovrei scrivere. Ogni mio romanzo è stato scritto in modo diverso. Quello che faccio sempre, però, è leggere molto. Tutto ciò che mi sembra possa riguardare, anche lontanamente, quello che sto scrivendo. Non sapendolo bene neppure io, all’inizio, leggo e soprattutto rileggo di tutto. Per Il corpo docile ho letto libri di sociologia, filosofia, psichiatria, psicologia, libri sul carcere, libri scritti da carcerati, e tanti romanzi che sentivo vicini a me e ai temi. Ho preso molti appunti, su quaderni. Soprattutto su un quaderno che mi aveva regalato lo scrittore messicano Mario Bellatin, quando avevo presentato a Roma il suo romanzo Dama cinese. Mi sembrava bello lavorare al mio romanzo su un quaderno che mi era stato regalato da una persona bella, uno scrittore con cui avevo passato una magnifica serata. Li ho aggiornati molte volte, quegli appunti. E intanto scrivevo. Il corpo docile, come hai ricordato, nasce poi da una «esperienza sul campo». Il metodo, forse, è questo. Riempirsi. E pian piano sfrondare. Tutto il resto avviene nella scrittura. Intendo dire che il gesto stesso di mettersi davanti al computer e usare la lingua è già un atto creativo, che genererà elementi della storia e dei personaggi che non avevi calcolato prima. Io comincio a scrivere quando ho il personaggio: è lui che mi porta nella storia. Devo sapere molte cose su di lui – di solito: su di lei. Devo sapere da dove proviene e che cosa non riesce a fare. Qual è la sua barriera, insomma. Non scrivo tutti i giorni: non posso, lavoro. Non scrivo la sera, perché sono stanca dal lavoro. Scrivo nelle vacanze, e scrivo nei weekend, se posso. Quando sono entrata nel libro, e può capitare anche mesi e mesi dopo che ho cominciato, non importa che io scriva o meno: sono lì. La mia vita gira intorno a quel perno lì. Mi dispero perché non posso scrivere, ma abito esattamente quel mondo, in qualunque luogo io sia.

Qual è la prima emozione che provi appena prendi consapevolezza che quella pagina del manoscritto è proprio l’ultima e, per questo, si caricherà la responsabilità di congedarsi dal lettore?
Quello che provi quando il libro va in stampa, intendi? Uno scrittore più serio si guarderebbe dal dirlo, probabilmente, ma con Il corpo docile ho passato la sera a piangere. E non ho mangiato quasi nulla per tre giorni. Credo sia la paura, la prima cosa che provo. E un senso di espropriazione. La felicità di scrivere tornerà solo quando avrai altro da scrivere, di nuovo. Ci sono molte cose positive: incontrare i lettori, ricevere le loro lettere, i festival, la critica… Ma il senso di pienezza che dà scrivere, lo provi solo quando scrivi. 

Info sull'autore

Katia Colica administrator

1 commento finora

udezq16XMBfPubblicato il3:03 am - Giu 21, 2017

Thank you so much for this aretcli, it saved me time!

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