Quel bis mancato… i System of a Down a Milano

Quel bis mancato… i System of a Down a Milano

Era un giorno di maggio del 2006, quando mi accorsi della mia incipiente calvizie; durante un concerto sul genere Pavarotti and Friends variante heavy metal, l’Ozzfest per l’appunto, il gruppo che più di altri aveva introdotto novità sostanziali nel panorama metal degli ultimi quindici anni aveva deciso di prendersi una pausa di riflessione; come in un film di Özpetek i mass media cavalcarono l’onda pessimista e noi insieme a loro: i System of a Down si erano sciolti. Quando nel 2011 si annunciò una réunion in occasione di un tour che li avrebbe portati in una delle sue date a Milano li detestai; pensai si trattasse del loro canto del cigno, e sapevo che io non sarei stato dall’altra parte del palco.

Ma nell’agosto del 2013 una tappa italiana, in occasione di una nuova réunion, li avrebbe riportati in quel di Milano. Decisi di acquistare il biglietto, m’infastidiva l’idea che una triste sera d’inverno facendo zapping sulla Rai un ormai canuto Carlo Conti avrebbe presentato ai “Migliori anni” un ospite d’eccezione: i System of Down. Così, dopo aver effettuato un inquietante viaggio di diciassette ore a bordo di un pullman, aver affrontato una delle file più lunghe che abbia mai visto, io e altri quarantamila fortunati ci siamo ritrovati nell’enorme padiglione di Rho Fiera per assistere allo spettacolo.

Alle 17:30 orario d’ingresso, l’impatto visivo dello spazio adibito al concerto è spiazzante e si ha l’idea fin da subito che l’enorme fila fin lì patita si sia dispersa nel nulla. Lo spazio, infatti, non si riempirà mai del tutto, cosa tra l’altro da un lato apprezzabile per un claustrofobico; meno per quanto riguarda il coinvolgimento che di solito alcuni si aspettano da questo tipo di concerti. Il palco è per cosi dire “essenziale”, per non dire striminzito, non si nota alcuna presenza di schermi mega giganti ma neanche di un televisore 22 pollici per poter permettere anche a chi sta dietro di fruire il concerto.

Il tempo di notare queste sottigliezze che gocce d’acqua da 250 ml. cominciano a piovere da ogni dove, ma la gente non si sente affranta e incita al concerto dicendo: “È tutto qui quello che sai fare?”, la situazione ricorda molto quella del tenente Dunn in Forrest Gump. Nell’arco di cinque minuti il temporale diventa così insistente da costringerci tutti a ripararci, i tecnici coprono il palco, passa un po’ di tempo, l’entusiasmo scema e si teme per la sospensione dell’evento. Ma un angolo di cielo terso richiama i tecnici a scoprire il palco, e i Lacuna Coil aprono il concerto.

La voce di Cristina Scabbia è potente e ben definita, le distorsioni sono piene e scandite da una buona batteria, tuttavia l’impianto audio mostra già da subito i suoi limiti non tra i peggiori che io abbia sentito, ma visto l’entità del concerto e il prezzo del biglietto ci si aspettava il meglio. I Lacuna Coil si muovono bene sul palco e con grande umiltà lasciano un’impronta gradevole dopo il loro intermezzo durato all’incirca un’ora.

Il periodo speso a preparare il palco ruba ancora molto tempo, troppo, poi è il turno dei Deftones, gruppo storico di Sacramento tra gli antesignani del nu metal. Il growl di Chino Moreno non convince, troppo stridulo e gracchiante, si ha l’impressione che una carenza nel cantato venga supplita  da urla casuali che poco hanno di musicale, l’impianto audio, come già detto, mediocre fa il resto; la batteria da sempre punto di forza delle ritmiche dei Deftones non emerge dalle distorsioni troppo cariche stavolta, delle chitarre, la linea di basso è inesistente, il risultato finale tedioso e asfissiante. Molta gente annoiata intorno a me tanto quanto arrabbiata aspetta palpitante il concerto principale della serata. Dopo altro tempo trascorso a girare i pollici ecco dal palco un segno: alle 21:30 un arpeggio su note basse che richiama alla memoria qualcosa, si tratta di Aerials, pezzo d’apertura della scaletta. Da lì in poi è una scarica elettrica di pezzi armonici e sincopati, chitarre aggressive ben definite; è lo stile System sperimentato e garantito.

Serj ha una pulizia vocale eccezionale, gli anni hanno raffinato la sua voce senza mai invecchiarla, studiare canto per 10 anni al conservatorio porta i suoi vantaggi, si impara a usare al meglio lo strumento voce a prendersene cura; poi, se le potenzialità sono innate come nel caso di Serj Tankian, il gioco è fatto. Una delle migliori voci di tutti i tempi per estensione e potenza, uno spettacolo per le proprie orecchie. John descrive dei controtempi eccezionali, senza sbagliare un colpo cambia tempi con la precisione di un metronomo, la batteria così si comporta non come un semplice strumento d’accompagnamento ma come una traccia armonica che ha vita propria, rendendo i pezzi dei System per questo impossibili da suonare ai falò facendo eccezione per “Roulette” e il ritornello di Toxicity ascoltato ormai fino alla nausea. Shavo improvvisa acrobazie con il basso salendo su una parte del palco rialzata a mo’ di cubista, ma il vero mattatore della serata è Daron Malakian: alcuni assoli sono praticamente riarrangiati dal vivo, furiosi riffs in palm mute di un virtuosismo straordinario camminano di pari passo al doppio pedale di John tramutando così ogni pezzo in un piccolo capolavoro di geometria musicale. I pezzi si susseguono senza soluzione di continuità come se dal palco un DJ senza rispetto per i cardiopatici facesse sfoggio della sua licenza d’uccidere, uno spettacolo furioso e fulminante che ci fa dimenticare le carenze audio dell’impianto Rho fiera. Da Needles a Ddevil, da Psycho a Chop Suey fino a Toxicity e Sugar il passo è breve, una chitarra con una nota distorta sostenuta viene lasciata sul palco e i SOAD escono di scena così, come sono entrati. Neanche il tempo di rendersi conto che non ci sarebbe stato un bis e dopo un’ora e un quarto era tutto finito.

 

foto tratta dal sito ufficiale: http://systemofadown.com/

 

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Manuel Loria contributor

1 commento finora

CaeyH4VBPubblicato il3:06 am - Giu 21, 2017

IMHO you’ve got the right anrsew!

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