Saverio La Ruina ci parla delle sue storie sussurrate

Saverio La Ruina ci parla delle sue storie sussurrate

Saverio La Ruina (foto: Katia Spano)Autore e interprete di un teatro semplice e sussurrato, Saverio La Ruina mette in scena personaggi che solo lui riesce a vedere, ma che sono sotto gli occhi di tutti. Pluripremiato con il riconoscimento teatrale tra i più alti, l’UBU, paragonato al grande Eduardo De Filippo, l’attore calabrese ha proposto, tra le altre opere, due piccole e intense storie di dominio maschile sulle donne con Dissonorata e La Borto e un racconto di identità negate con l’ultimo spettacolo Italianesi. La storia, raccontata in prima persona dal suo personaggio, ripercorre il dramma degli italiani in Albania rinchiusi per lunghi decenni nei campi di prigionia, circondati da filo spinato, torturati, costretti ai lavori forzati e poi arrivati in Italia nel ’91 assieme ad altri albanesi, di cui i media tendevano a rilevare solo l’aspetto criminale. Inutile dire che sono stati accolti tutti con disprezzo e diffidenza. Vicende che non hanno trovato nemmeno la clemenza di un accenno sui libri di storia.
«Lo spettacolo nasce da una storia sentita per caso, in televisione – ci spiega  l’artista dopo uno spettacolo – ma che mi ha immediatamente coinvolto. Ho quindi cercato questa persona ospite, poi mi sono messo in contatto con altri protagonisti di quell’epoca, con i loro figli. Tutti testimoni di un pezzo di tempo che sembra lontano anni luce dal nostro eppure vissuto in maniera drammatica. Queste persone sono perlopiù figli di italiani, con un cognome italiano e una lingua imparata spesso poco e male dai vecchi prigionieri del campo».
Il tuo personaggio, Tonino, propone un monologo dai toni semplici e mai alterati, nonostante i ricordi feroci delle violenze nei campi, in Albania. Un sarto zoppo a una gamba e insicuro che si sostiene all’unico elemento scenico, una sedia, mantenendo per tutto il tempo  uno stile dolce dal linguaggio comune. 
«In realtà è l’incrocio di molte voci che ho incontrato, durante i miei studi, le mie ricerche. Sicuramente, però,  mi sono fatto ispirare soprattutto da un uomo che mi ha colpito per la sua mitezza, ma ho preferito che il personaggio fosse un incrocio di testimonianze. Volevo, soprattutto, che lasciasse scorrere le emozioni, per quanto forti, dentro questo dialogo immaginario che propone. Come se raccontasse di sé a un passante. Intendevo, insomma, raggiungere proprio questo risultato: le cose urlate non mi sono mai piaciute, non mi appartengono. Preferisco i sussurri. La sedia, poi, in questo caso ha una funzione drammaturgica perché è di ferro e ha il sedile a grate, come una cella».
Il mito dell’Italia che il sarto eredita da un padre mai visto, mentre sogna di volare su un aereo e visitare le città dell’arte e della musica, vuol proporre riflessioni contemporanee?
«Credo che queste diventino automatiche; nella situazione attuale siamo circondati da moltitudini che non sono in grado di tenere per sé una terra, una Patria, per ragioni legate a guerre e povertà estreme. E il sogno di un Paese lontano e accogliente, naturalmente, si fa forte. Purtroppo, come accade spesso, al raggiungimento dell’obiettivo ci si scontra con la realtà non proprio rosea. Le vicende vissute da queste persone che si sono ritrovate a essere odiati in Albania e disprezzati in Italia ci riconducono alla problematica dell’apertura e dell’accoglienza. Al tema dell’identità: un diritto troppo spesso rinchiuso dentro gabbie mentali».
Il premio UBU è il massimo riconoscimento per chi fa il tuo mestiere. Tu hai portato a casa due Premi UBU come Migliore attore italiano e per il Migliore testo italiano con Dissonorata. Un Premio UBU per il Migliore testo italiano con La Borto. Adesso un altro come Migliore attore italiano con Italianesi. Cosa si prova? Avevi sperato in così tanti riconoscimenti? 
«Inutile dire che il Premio UBU è un sogno per chiunque sia del mio settore, e anche per me lo è stato, eccome. Tanti anni fa lo vedevo come qualcosa di distante, che non mi sarebbe mai appartenuto… è difficile da descrivere: una specie di sogno a occhi aperti. Poi è arrivato il primo, e ancora dopo gli altri. La sensazione che si prova è molto forte. Però  non mi fermo agli obiettivi raggiunti. Per me ogni volta sul palco è una sfida e cerco di colmare le insicurezze che sono proprie di chi lavora a contatto col pubblico con il mio lavoro, con  l’impegno. Così, va a finire sempre che sul palco dell’UBU me ne dimentico, e davanti a me resta solo la gente». 

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